mercoledì 31 marzo 2010

Governo premiato, Ministri bocciati.


Da Giornalettismo del 31 marzo 2010.

Un extraterrestre capitato per caso in Italia che leggesse i giornali di oggi si troverebbe davanti a uno spettacolo surreale. Al centro, trionfale dichiarazione di Silvio Berlusconi: “Questo risultato elettorale è il miglior riconoscimento per l’attività svolta dal governo “. A destra, le dimissioni di Raffaele Fitto da ministro per gli Affari regionali, per via della sconfitta alle regionali in Puglia di Rocco Palese, uomo scelto dall’ex governatore, in disaccordo con il premier Berlusconi. A sinistra, il ministro fantuttone Renato Brunetta, il signore dei tornelli, trombato a Venezia, la capitale del trionfo del centro destra alle regionali, dove correva certo di diventarne sindaco. Sopra, Berlusconi che dice: “l’alleanza tra Pdl e Lega è una robusta forza di cambiamento nelle Regioni più importanti, garanzia del rinnovamento e della modernizzazione del Paese“. Sotto, Brunetta che tuona contro la ”scarsa cultura della coalizione nell’elettorato della Lega nord, una sorta di miopia degli elettori che quando devono votare il loro candidato non hanno dubbi ma quando devono votare un candidato della coalizione, hanno qualche difficoltà”. Ma caro ministro Brunetta, se lei fosse stato a Milano, al convegno “Lenti a contatto – Benessere della vista” saprebbe che il 51,8% della popolazione italiana presenta problemi alla vista, che corregge utilizzando occhiali oppure lenti a contatto. Legga i giornali, s’informi. Scoprirebbe che, a proposito di governo premiato, a Lecco, città lombarda che più lombarda non si può, là dove è nato anche il quadri presidentissimo Roberto Formigoni, dove correva per la carica di Sindaco il vice ministro Roberto Castelli, hanno vinto i “comunisti”. Se è un problema di miopia, sono in molti lassù ad esser miopi. E per risolverlo, prima delle prossime elezioni, il governo faccia un bel decreto legge per incentivare le rottamazione di occhiali e lenti a contatto.

Sempre a proposito di governo e di ministri, Roberto Calderoli, il ministro per la semplificazione, quello che ha fatto il provvedimento taglia enti con il milleproroghe di fine 2009 (peccato che il Sole 24 Ore abbia scoperto che nessun ente è stato soppresso, perché – fatta la legge, trovato l’inganno – tutti si sono riorganizzati e salvati), ha detto, conversando con i cronisti a Montecitorio che “E’ ora di cambiare la legge elettorale”. L’autore di quella che lui stesso ha definito la legge porcata, ha trovato il rimedio. “Per combattere l’astensionismo” . Propone Calderoli “si allineino tutte le elezioni a quelle europee, e si facciano ogni cinque anni”. Chissà se è parente di quello stesso Roberto Calderoli che proprio un anno fa si è battuto come un leone per non far fare l’election day a giugno 2009 che accorpava europee ed amministrative con il referendum per abrogare parti della sua Legge porcata, per far fallire il quorum spingendo la gente ad andare al mare, quindi all’astensione? Purtroppo siamo un paese senza memoria, e nessuno glielo ha ricordato. E poi, problemino: in caso di crisi di governo, che si fa? Il ministro Calderoli, abituato a semplificare, ha pronta la risposta: “si aggiusta quello che si deve e si va avanti”. Insomma, una legislatura dura comunque 5 anni, anche se gli alleati non vogliono più stare insieme. Già. Peccato che se si fosse fatto così a gennaio 2008, ora a Palazzo Chigi ci sarebbe ancora Prodi. E il governo Berlusconi, oggi, non sarebbe stato premiato dal voto delle regionali. E la Lega nord, nemmeno. Bocciato anche lui.

A proposito di paese senza memoria. Anche se c’azzecca poco con il resto del pezzo, vale la pena di ricordare che il 31 marzo 1945 Annelies Marie Frank detta Anne, in Italia nota come Anna Frank, quella del diario, moriva nel campo di prigionia di Bergen-Belsen. Era una ragazzina di 16 anni con tutta la vita davanti, una vita spezzata dalla bestia umana. Oggi è uno dei simboli della Shoah perché è grazie al suo diario scritto durante i 2 anni in cui visse nascosta con la sua famiglia in cui ha descritto con considerevole talento le paure causate dal vivere in clandestinità, i sentimenti per Peter, i conflitti con i genitori, e la sua aspirazione di diventare scrittrice, lasciandoci una testimonianza di quel terribile orrore che è stato il nazismo e la persecuzione degli ebrei e l’olocausto. Provate a vedere se qualche giornale se n’è ricordato. Il nostro extraterrestre, sì.

martedì 30 marzo 2010

Buone notizie: Brunetta trombato a Venezia.


Da Giornalettismo del 30 marzo 2010.


A poche sezioni dalla fine dello spoglio, il più inutile ministro di Berlusconi riconosce la sconfitta nel capoluogo lagunare, dove i cittadini gli preferiscono Giorgio Orsoni. Il risvolto negativo: rimarrà al governo ad annunciare a vanvera. Anche Castelli è indietro a Lecco

Dopo lo schiaffo di Tremonti, è arrivato il manrovescio dei veneziani. Renato Brunetta, ministro della Funzione Pubblica, ha trovato l’acqua alta in laguna e non ce l’ha fatta. Il suo sfidante, Giorgio Orsoni, indicato dall’ex primo cittadino Massimo Cacciari, l’ha battuto sonoramente al primo turno, insieme agli altri candidati del Movimento 5 Stelle (Marco Gavagnin), Ecologisti (Michele Boato), e tanti altri.

LA TELEFONATA - Brunetta ha già detto di aver telefonato a Orsoni per riconoscere la sconfitta, nonostante fosse strafavorito dai sondaggi che lo davano vincente con tranquillità. “Ce la farò. In Francia i ministri più bravi sono quelli che fanno anche i sindaci“, aveva commentato, intervistato dalla Stampa, a caldo la scelta del Pdl di candidarlo alla poltrona di primo cittadino a Venezia, sollevando poi ogni dubbio: “Se vinco resto ministro, anche se, sottolineà, sarà una gran faticaccia“. Ora per fortuna potrà riposarsi. Il titolare della Funzione pubblica motivò la scelta spiegando che le sue riforme sarebbero andate a regime “non prima di un anno” e di volerle seguire fino alla fine per “una questione di rispetto” nei confronti degli elettori. A chi obiettava che per una città come Venezia ci voleva un sindaco a tempo pieno Brunetta rispondeva che ce l’avrebbe fatta, anzi, “per una città di respiro mondiale avere un sindaco-ministro sarà una forza, non una debolezza“.

E ora qualcuno sogna la leadership nazionale.

Da il Fatto Quotidiano del 30 marzo 2010.


Bari - Nichi Vendola 3.0. Nella notte di Bari, con la strada chiusa dai vigili perché una folla incredibile – moltissimi ragazzi – si concentra, con piazza Prefettura che si riempie come una clessidra, il trionfatore delle elezioni in Puglia guarda lontano, passa alla terza fase dell’incredibile rincorsa avviata con le primarie, e già immagina come trasformare la sua regione in un laboratorio. Gli chiedono: “Adesso lei è un leader nazionale?”. Lui, sorridendo e schermendosi: “Mamma mia... lo sarò nella misura in cui governo bene la Puglia...”. Ovvero sì, ma con prudenza, con passi di piombo, tenendosi ancorato all’incredibile radicamento sul territorio, alla “connessione sentimentale” con il suo popolo che è stato la prima chiave del suo successo contro tutto e tutti. La sua è stata una campagna diversa, unica, modernissima. Molto più simile a quella di Obama che a quella di Romano Prodi. Una campagna elettorale combattuta con strumenti antichi e postmoderni, le piazze alla Di Vittorio, piene a qualsiasi ora, in qualsiasi angolo della Puglia, sommate alle piazze della Rete: Twitter e Facebook, più un reticolo impressionante di siti e di video web. Gli spot esilaranti girati a tavola con la mamma nella cucina di Terlizzi (“Nichi, come si risolve questa storia della malasanità?”) ma anche i video ironici con la visita della signorina Puglia dal dottor Fitto (“Adesso le prescrivo una bella cura nucleare...”, dice il medico. E quella: “Ma lei è matto!”). Il distacco con l’avversario Rocco Palese, rispetto ai tre punti degli exit poll, cresce nella notte dello scrutinio, si avvicina al 9%, portando il presidente fra il 47% e il 49%.

Il motivo è semplice. Gli exit poll non erano riusciti a monitorare il voto disgiunto, che ha portato un 3% di elettori, a destra e al centro, a votare per lui. Così si ridimensiona anche il dato della candidata Udc, Adriana Poli Bortone: le prime proiezioni la davano intorno al 12,5%, ma alla fine si attesta intorno all’8%. Vendola nelle ultime settimane aveva quasi oscurato il suo sfidante, rivolgendo direttamente il guanto di sfida a Silvio Berlusconi. Una scelta pericolosa, che però ha pagato. Adesso molti osservatori lo indicano come un possibile candidato premier del centrosinistra nel 2013. Mica male per uno che solo l’estate scorsa era stato giudicato perdente da Massimo D’Alema e da buona parte degli oligarchi di centrosinistra. Ieri, invece, poco dopo le nove di sera arrivava una telefonata affettuosa: “Sono Massimo, volevo complimentarmi per questo successo ...”. E giù un intenso scambio di opinioni. Ora D’Alema, maestro di machiavellismo, potrebbe diventare addirittura uno sponsor (perché Vendola, al contrario della Bonino, viene pur sempre dalla antica famiglia del Pci).

Altro segnale. Il sindaco Michele Emiliano, per un breve periodo suo possibile sfidante, appariva al suo fianco – con una scelta simbolica – nel primo collegamento televisivo con il Tg1. Poi ci sono gli altri elementi di analisi: la sua Sinistra e libertà vola in Puglia al 10% (in Campania, Calabria e Basilicata sta intorno al 4%. nel Lazio al 3.6%). La lista per Vendola, affidata ai “moderati” capitanati dall’industriale Divella (un’operazione di marketing calibrata con micidiale efficacia) arriva al 5%. Così il governatore quasi grida: “Abbiamo dimostrato che esiste un altro sud, un meridione che non è Gomorra, che può rappresentare la legalità, la speranza, il buongoverno”. E poi, quando gli chiedono chi deve ringraziare Vendola fa esplodere l’entusiasmo dei suoi: “I primi sono ragazzi delle fabbriche di Nichi”. Ecco, le fabbriche. Un altro fenomeno. Tutta la campagna è stata coordinata da un gruppo di ragazzi con un’età media di trent’anni.

Il coordinatore dello staff, Ed Testa, è un giovane creativo che ha curato molti dei dettagli decisivi di questa campagna. Gli slogan in rima, gli striscioni riciclati per fare borse da vendere per la sottoscrizione (un’idea geniale: ieri le ultime rimaste ieri venivano battute a sessanta euro, come pezzi da collezione). Intorno a questo nucleo c’era il meglio di una regione che cambia: giovani film-maker, piccoli geni dell’internautica, un sito curato da un’altra trentenne – Sonia Pellizzari – che nelle ultime ore ha superato i 50 mila contatti (da tutto il mondo). Le fabbriche non sono sezioni, ma qualcosa a metà fra gli atelier e gli Internet point, aggregano le persone più diverse,e sono tutte costruite con panche, cartoni, materiali di recupero, trovate grafiche, ed equipaggiate con connessioni Internet. Ieri il comitato era uno spaccato emblematico: il fratello di Nichi e sua moglie – Gianni ed Emanuela – e che portano torta con ricotta e focacce ai ragazzi che su Internet continuavano a coordinare la partecipazione anche durante il voto. “Le 150 fabbriche – spiegava Vendola nella notte – sono il luogo dove cresce una nuova cultura politica quello dove io mi trovo meglio. Il modello nuovo: oltre Sinistra e libertà e oltre il centrosinistra”.

E così, il nodo della terza fase è il futuro di queste strutture che sono state il cardine della vittoria: “Convocherò al più presto gli stati generali di tutte le fabbriche di Nichi per decidere che farne”. Piccola bugia. Già lo sa: ne sta aprendo alcune anche in queste ore, fuori della Puglia (Roma) e addirittura fuori dall’Italia. Poi Vendola guarda alla scena nazionale: “Il Pdl perde, ma attenua la sconfitta grazie alla stampella della Lega. Prima ancora del leader bisogna pensare alla prima priorità, la costruzione di un nuovo centrosinistra. Una coalizione che possa attrarre speranze, e non promettere la sostituzione di un vecchio ceto politico di destra con un altro ceto politico di sinistra”. Mentre dice questo intorno a lui cala il silenzio: l’opa di Nichi sul centrosinistra è già stata lanciata. Veni, vidi, Nichi.

Le elezioni della Brutt’Italia: un Paese avvilente.


Da Inviato Speciale del 30 marzo 2010.


La Lega dilaga al nord e Berlusconi la insegue. Il Pd è sconfitto, Bonino perde nel Lazio e Grillo regala il Piemonte a Cota. Astensionismo alle stelle.

La maggioranza dei votanti ha premiato il razzismo dei ‘celtico padani’ di Bossi e la demagogia populistica ed autoritaria del presidente del Consiglio. Intanto centinaia di migliaia di italiani sono rimasti a casa.

Il centro sinistra ha perso Piemonte, Calabria, Lazio e Campania ed ha vinto in Puglia solo perchè Vendola è riuscito a disinnescare la strategia acefala e suicida del Pd.

Nella rossa Emilia Romagna il partito di Bossi è il terzo partito e nella altrettanto rossa Toscana le astensioni sono arrivate al 10 per cento. Uniche regioni nelle quali il Pd non è finito al tappeto sono l’Umbria, le Marche e la Liguria. Nella Provincia dell’Aquila la presidente uscente, Stefania Pezzopane del Pd, è stata stracciata dall’avversario del Pdl nonostante la ricostruzione patacca del governo.

Un esercito di italiani non è andato alle urne e questo forse è uno dei dati più importanti che sono emersi dallo spoglio dei risultati delle elezioni regionali. Secondo le prime valutazioni sembra che gli astensionisti si siano ’spalmati’ tra tutti i partiti e che quindi la disaffezione sia diffusa a destra come a sinistra.

Per ministro dell’Interno Roberto Maroni “alle Regionali ha votato il 65 per cento contro il 72 precedente, con un calo del 7″, spiegando poi che “la regione dove si è registrato il calo più rilevante per le Regionali è il Lazio con il 10 per cento, quella con una diminuzione minore è invece la Campania con il 4″.

I ‘non votanti’ sono il primo partito italiano e sarebbe un errore definirli ‘qualunquisti’. Si tratta piuttosto di una moltitudine di cittadini che non accetta il bipolariosmo schematico di questa sciagurata seconda Repubblica.

Le due sconfitte più dure per il centro sinistra sono state quelle di Piemonte e Lazio. Nella prima regione il Movimento a cinque stelle del comico del vaffa, Beppe Grillo, con il suo inutile 3,6 per cento ed il calo di consensi al Pd hanno consentito al leghista Cota di vincere, mentre nella seconda, Emma Bonino è stata battuta perchè non è stata in grado di intercettare i consensi di una parte rilevante di elettori che hanno preferito non votare piuttosco che dare fiducia ad una candidata del tutto estranea alla cultura politica di sinistra.

Antonio Di Pietro è stato il solo esponente dell’opposizione a non cercare alibi: “È inutile giocare con i numeri, con onestà intellettuale va detto che questa tornata se la aggiudica il centrodestra”, mentre il Bersani ha scelto di non parlare ed ha convocato per oggi il coordinamento politico del partito.

Sarebbe sbagliato confrontare questi risultati con quelli delle precedenti elezioni. In questi ultimi due anni l’Italia si è ulteriormente ammalata. Fenomeni sconosciuti come la crescita esponenziale della disoccupazione, l’impoverimento diffuso, il razzismo e la xenofobia, il riemergere di scandali e di episodi di corruzione non hanno fatto cadere la fiducia nel governo, anche perchè il centro destra controlla le televisioni e di fatto impedisce la circolazione di una informazione obiettiva.

Resta il fatto, in ogni caso, che la sinistra non parla più la lingua dei cittadini, né sa ascoltare. Difficilmente gli apparati sapranno invertire la rotta per recuperare quel rapporto con gli italiani indispensabile per tirar fuori il Paese dai guai che lo stanno lentamente distruggendo.

Berlusconi adesso ha largo spazio per costruire la sua ‘Italia SpA’ ed il successo di Bossi lo spingerà probabilmente ad accelerare la corsa verso la Repubblica del presidente, della quale potrà finalmente farsi nominare amministratore unico.

Il Pd difficilmente saprà recuperare anche se è migliorato in percentuale, superando di quasi due punti il risultato desolante della debacle delle elezioni europee.

Abbandonare i tatticismi, scegliere con decisione una posizione laica, evitare la rincorsa dei centristi clericali dell’Udc ed elaborare una proposta politica riformatrice significherebbe rompere con l’area ex democristiana e ancor di più accantonare la sirena del bipolarimo. Obiettivamente uno scenario fantascientifico.

Insomma, dopo il voto i pericoli per la democrazia sono aumentati e i prossimi mesi saranno durissimi. Berlusconi dovrà ‘fare’ per limitare la sempre crescente influenza della Lega. Le conseguenze sono facilmente prevedibili.

Ancora, i ‘contestatori gloabali’ grillini, viola, ex sinistra radicale e verdi sono un’armata Brancaleone che non saprà trovare un terreno comune per diventare un soggetto politico unitario capace di costruire un nuovo soggetto politico e così sarà quasi impossibile recuperare gli astensionisti e spingere il partito di Bersani a mostrare una nuova è più definita personalità.

Oggi sarà la giornata dei comunicati, nei quali il Palazzo dimostrerà tutto ed il contrario di tutto, ma domani comincerà nelle segrete stanze dei principali partiti italiani la resa dei conti, perché sia nel centro destra che nel centro sinistra non mancheranno gli scontri tra le correnti. Basti solo pensare a Fini.

Il futuro, insomma, è sempre più incerto e non si vedono schiarite all’orizzonte.

lunedì 29 marzo 2010

La verità su Berlusconi raccontata dal suo ex avvocato.

Intervista all'avvocato Carlo Taormina di Alessandro Giglioli sull'Espresso del 29-01-2010.

«Conosco bene il modo con cui Berlusconi chiede ai suoi legali di fare le leggi ad personam, perché fino a pochi anni fa lo chiedeva a me. E, contrariamente a quello che sostiene in pubblico, con i suoi avvocati non ha alcun problema a dire che sono leggi per lui. Per questo oggi lo affermo con piena cognizione di causa: quelle che stanno facendo sono norme ad personam».
Carlo Taormina, 70 anni, è stato uno dei legali di punta del Cavaliere fino al 2008, quando ha mollato il premier e il suo giro – uscendo anche dal Parlamento – a seguito di quella che lui ora chiama «una crisi morale». Ormai libero da vincoli politici, in questa intervista a Piovonorane dice quello che pensa e che sa su Berlusconi e le sue leggi.
Avvocato, qual è il suo parere sulle due norme che il premier sta facendo passare in questi giorni, il processo breve e il legittimo impedimento?
«La correggo: le norme che gli servono per completare il suo disegno sono tre. Lei ha dimenticato il Lodo Alfano Bis, da approvare come legge costituzionale, che è fondamentale».
Mi spieghi meglio.
«Iniziamo dal processo breve: si tratta solo di un ballon d’essai, di una minaccia che Berlusconi usa per ottenere il legittimo impedimento. Il processo breve è stato approvato al Senato ma scommetterei che alla Camera non lo calendarizzeranno neanche, insomma finirà in un cassetto».
E perché?
«Perché il processo breve gli serve solo per alzare il prezzo della trattativa. A un certo punto rinuncerà al processo breve per avere in cambio il legittimo impedimento, cioè la possibilità di non presentarsi alle udienze dei suoi processi e di ottenere continui rinvii. Guardi, la trattativa è già in corso e l’Udc, ad esempio, ha detto che se lui rinuncia al processo breve, vota a favore del legittimo impedimentoı».
E poi che succede? Che c’entra il Lodo Alfano bis?
«Vede, la legge sul legittimo impedimento è palesemente incostituzionale, e quindi la Consulta la boccerà. Però intanto resterà in vigore per almeno un anno e mezzo: appunto fino alla bocciatura della Corte Costituzionale. E Berlusconi nel frattempo farà passare il Lodo Alfano bis, come legge costituzionale, quindi intoccabile dalla Consulta».
Mi faccia capire: Berlusconi sta facendo una legge – il legittimo impedimento -che già sa essere incostituzionale?
«Esatto. Non può essere costituzionale una legge in cui il presupposto dell’impedimento è una carica, in questo caso quella di presidente del consiglio. Non esiste proprio. L’impedimento per cui si può rinviare un’udienza è un impegno di quel giorno o di quei giorni, non una carica. Ad esempio, quando io avevo incarichi di governo, molte udienze a cui dovevo partecipare si facevano di sabato, che problema c’è? E si possono tenere udienze anche di domenica. Chiunque, quale che sia la sua carica, ha almeno un pomeriggio libero a settimana. Invece di andare a vedere il Milan, Berlusconi potrebbe andare alle sue udienze. E poi, seguendo la logica di questa legge, la pratica di ottenere rinvii potrebbe estendersi quasi all’infinito. Perché mai un sindaco, ad esempio, dovrebbe accettare di essere processato? Forse che per la sua città i suoi impegni istituzionali sono meno importanti? E così via. Insomma questa legge non sta in piedi, è destinata a una bocciatura alla Consulta. E Berlusconi lo sa, ma intanto la fa passare e la usa per un po’ di tempo, fino a che appunto non passa il Lodo Alfano bis, con cui si sistema definitivamente».
Come fa a esserne così certo?
«Ho lavorato per anni per Berlusconi, conosco le sue strategie. Quando ero il suo consulente legale e mi chiedeva di scrivergli delle leggi che lo proteggessero dai magistrati, non faceva certo mistero del loro scopo ad personam. E io gliele scrivevo anche meglio di quanto facciano adesso Ghedini e Pecorella».
Tipo?
«Quella sulla legittima suspicione, mi pare fossimo nel 2002. Gli serviva per spostare i suoi processi da Milano a Roma. Lui ce la chiese apertamente e noi, fedeli esecutori della volontà del principe, ci siamo messi a scriverla. E abbiamo anche fatto un bel lavoretto, devo dire: sembrava tutto a posto. Poi una sera di fine ottobre, verso le 11, arrivò una telefonata di Ciampi».
Che all’epoca era Presidente della Repubblica.
«Esatto. E Ciampi chiese una modifica».
Quindi?
«Quindi io dissi a Berlusconi che con quella modifica non sarebbe servita più a niente. Lui ci pensò un po’ e poi rispose: “Intanto facciamola così, poi si vede”. Avevo ragione io: infatti la legge passò con quelle modifiche e non gli servì a niente».
Pentito?
«Guardi, la mia esperienza al Parlamento e al governo è stata interessantissima, direi quasi dal punto di vista scientifico. Ma molte cose che ho fatto in quel periodo non le rifarei più. Non ho imbarazzo a dire che ho vissuto una crisi morale, culminata quando ho visto come si stava strutturando l’entourage più ristretto del Cavaliere.
A chi si riferisce?
«A Cicchitto, a Bondi, a Denis Verdini, ma anche a Ghedini e Pecorella. Personaggi che hanno preso il sopravvento e che condizionano pesantemente il premier. E l’hanno portato a marginalizzare – a far fuori politicamente – persone come Martino, Pisanu e Pera. E adesso stanno lavorando su Schifani».
Prego?
«Sì, il prossimo che faranno fuori è Schifani. Al termine della legislatura farà la fine di Pera e Pisanu».
Ma mancano ancora tre anni e mezzo alla fine della legislatura…
«Non credo proprio. Penso che appena sistemate le sue questioni personali, diciamo nel 2011, Berlusconi andrà alle elezioni anticipate».
E perché?
«Perché gli conviene farlo finché l’opposizione è così debole, se non inesistente. Così vince un’altra volta e può aspettare serenamente che scada il mandato di Napolitano, fra tre anni, e prendere il suo posto».
Aiuto: mi sta dicendo che avremo Berlusconi fino al 2020?
«E’ quello a cui punta. E in assenza di un’opposizione forte può arrivarci tranquillamente. L’unica variabile che può intralciare questo disegno, più che il Pd, mi pare che sia il centro, cioè il lavorio tra Casini e Rutelli. Ma se questo lavorio funzionerà o no, lo vedremo solo dopo le regionali».