martedì 27 luglio 2010

QUANDO LA REALTA' POLITICA SUPERA ANCHE LA FICTION CINEMATOGRAFICA.

Da Signore e Signori Buonanotte. Regia episodio di Ettore Scola - 1976.

giovedì 22 luglio 2010

martedì 20 luglio 2010

A Cesare quel che è di Cesare.



Aldo Lobina su Democrazia Oggi del 21 luglio 2010.

Non sono il solo ad avere l’impressione di vivere in un mondo rovesciato. I grossi affari attirano da sempre l’attenzione di gruppi economici rapaci, che cercano di assicurarsene i ricavi.
Le grandi opere, dal G8 alla ricostruzione post terremoto, l’affare Eolico generano o promettono di generare, accanto a realizzazioni concrete, proventi che vengono parzialmente reinvestiti per procurare col consenso politico una classe di governo “amica” incline a garantire continuamente quel mondo economico, che poi detta le regole, anche le più alte, per lo più inique. La democrazia rappresentativa, mortificata da una legge elettorale “porcellina” non ha in sè e non può avere - per sua intrinseca natura - la forza morale di opporsi a questa degenerazione, perché ne è figlia. I deputati e i senatori non li sceglie il popolo, ma i partiti, e dentro i partiti quelli che in genere rispondono a queste catene “alimentari” . Il sistema è complesso e molto articolato, si giova di punti di riferimento negli ospedali, nelle università, nella pubblica amministrazione, compresa la magistratura e nel mondo delle professioni, anche religiose. Infatti trova perfino collateralità in certe istituzioni ecclesiastiche cattoliche, che si trovano invischiate, magari in buona fide. Non meraviglia più nessuno che esista davvero una loggia segreta P3.
Al peggio,si sa, non c’è mai fine. E in numero tre, per quanto perfetto, ne conta molti dietro di sé e ne ha troppo pochi davanti. Abbiamo l’impressione che la classe politica non abbia né la forza né la volontà di cambiare rotta. Sta bene ai partiti, evidentemente anche a quelli che si richiamano al centro sinistra, poter scegliere i deputati che prima che al popolo rispondano ai partiti stessi. Occorrerebbe ripensare i partiti, prima di ogni altra cosa. Seriamente.
In Sardegna l’affare Eolico lambisce lo stesso presidente della regione, chiamato dalla magistratura a dare spiegazioni. Berlusconi ha scelto Cappellacci per governare la Sardegna e i Sardi hanno ratificato la scelta. Procurano dispiacere le frequentazioni del delfino troppo fisicamente vicine a faccendieri intraprendenti. Un vecchio adagio dettato dalla saggezza popolare recita “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”. Evidentemente non bastano certe frequentazioni per delinquere; nessuno è responsabile se in forza del suo lavoro o della sua carica viene avvicinato da persone di non specchiate virtù, non proprio raccomandabili, ma capaci di raccomandare. Quello che importa è mantenere una dirittura morale (che aggettivo demodé!), non acconsentire a intrallazzi che ne promettono altri.
A chi scrive - e forse anche a chi legge - viene una considerazione spontanea: Se Scaiola, Verdini, Brancher, Cosentino, Dell’Utri, Previti e lo stesso presidente del Consiglio del quale costoro sono stati o sono strettissimi sodali sono persone che hanno lavorato e lavorano per il bene comune, allora sono degni di amministrare in nome del popolo, e chi si oppone loro fraudolentemente (fosse anche la stessa magistratura) attenta allo stato di diritto, non solo ai diritti di elettorato passivo delle persone nominate. Ma se così non è, siamo nella situazione diametralmente opposta, quella in cui sarebbe l’illegalità ad essere sdoganata e a governare!
Di consorterie in Italia e in Sardegna ce ne sono molte, è quasi uno sport nazionale. Il clientelismo stesso è una forma di corte, che accompagna ogni espressione di potere anche comunale. Esso è quasi connaturato col potere che per sua natura tende a perpetuarsi. Nessuna amministrazione può esistere e reggersi ignorando questo sistema, che tende a favorire gli amici o quelli di cui ci si può fidare. Il problema sta nel salvaguardare sempre e in ogni caso i diritti di tutti e non solo quelli degli amici. La logica dell’affiliazione piace, solletica lo spirito di appartenenza a qualcosa di esclusivo . Dalla croce rossa alla protezione civile volontaria, dai boy scouts al club bocciofilo, ai Lyons e ai Rotary, alle diverse organizzazioni sportive, passando per le variegate associazioni a carattere confessionale fino all’opus dei. L’unione fa la forza , aiuta a perseguire i fini di istituto, che in genere sono evidenti, palpabili. Aiuta nella buona considerazione di sé. Non sono in discussione questo tipo di associazioni, oserei dire neanche quelle più chiaramente clientelari, stampelle dei potenti. Se non è tutta una montatura artatamente studiata per colpire con gli amici lo stesso presidente del Consiglio allora questa seconda repubblica annaspa in mezzo ad una questione immorale che mina le istituzioni. Non c’è giorno che non si scopra il malaffare, che corrotti e corruttori non occupino le cronache della nostra vita quotidiana. Che non vi sia l’assalto alla diligenza, l’arrembaggio di pirati con o senza gamba di legno, con o senza bandana: oggi a farti tacere, domani… E’ costretta ad intervenire perfino la prestigiosa organizzazione internazionale, l’Onu, per osservare che la legge sulle intercettazioni - che nasconderebbe molto di questo marciume - non va bene e deve essere modificata prima di essere promulgata. Mentre il nostro ministro degli Esteri diplomaticamente si dichiara sorpreso e sconcertato…. e noi con lui!
Se le notizie provenienti dalle indagini dei Carabinieri a proposito delle ventilate vicende sarde saranno confermate dagli opportuni controlli giudiziari, i nostri professori di storia aggiungeranno nei vocabolari un altro significato del cesaropapismo, senza alcun riferimento al capo della chiesa cattolica questa volta.
A Cesare quel che è di Cesare

sabato 17 luglio 2010

ANCORA NON BASTA?



Da Portale News del 17 Luglio 2010.

Che altro deve succedere? "Cesare" - come lo chiamavano nel loro codice Flavio Carboni, Marcello Dell'Utri e soci - sapeva tutto.
«Cesare», cioè Silvio Berlusconi, il capo del governo di questo Paese, sapeva dei ricatti, delle minacce, dei falsi dossier confezionati per screditare candidati non graditi alla Cupola. La scelta del nome il codice è il dettaglio che fa luce sulla scena: Basso impero, scrivemmo molti mesi fa. Qualcosa di peggio. L'imperatore, diceva sua moglie. Nerone, e non più nella versione grottesca di Petrolini. Una china irreversibile in cui avidità e delirio di onnipotenza trascinano il corpo lacero della democrazia. Cosa serve ancora perché sia chiaro anche a chi lo ha votato che al posto di un governo la maggioranza degli italiani ha eletto un losco, impunito, pericolosissime comitato d'affari che opera nell'illegalità assoluta - criminale, dunque - e che agisce al solo scopo di favorire la sua impunità, appunto, i suoi interessi e quelli delle lobbies di riferimento che in questo caso non sono solo petrolieri e signori delle armi ma, prima ancora e insieme, mafia, 'ndrangheta, camorra.

Cesare sta portando il paese intero ad una condizione terminale di malattia, un cancro in metastasi che non sappiamo più se sia possibile fermare tagliando, togliendo - non basterebbero le dimissioni di una o due delle persone coinvolte, e comunque neanche questo accade. Ci sarebbe piuttosto da augurarsi, come accade per gli incurabili, una fine rapida, una morte che sia di sollievo. Ma cosa succede se a morire non è una persona ma un sistema di garanzie e di regole, un paese intero, la nostra Repubblica: è ugualmente lecito augurarsi la sua fine senza temere conseguenze imprevedibili? Abbiamo gli anticorpi necessari - e gli strumenti, la forza, la capacità - per gestire all'interno del processo democratico una così drammatica e invasiva crisi di putrefazione del sistema?

Qualche settimana fa questo giornale ha dedicato la copertina a Licio Gelli, "chi si rivede" era il titolo, ed ha per l'ennesima volta raccontato come questa classe politica sia figlia di quel progetto eversivo. Berlusconi-Cesare allora era un giovane affiliato così come molti dei suoi uomini. Abbiamo raccontato a chi ha meno di trent'anni cosa sia stata e cosa sia ancora la P2 senza curarci degli occhi al cielo e dei sospiri di sufficienza di chi ogni volta commisera la nostra ostinazione: "ancora la P2, che noia". Altri si sono mostrati più interessati. El Pais ci ha chiesto un lungo articolo sul tema, diffuso in Nord e in Sud America; alcune prestigiose università americane ci hanno domandato di incontrare gli studenti e i loro docenti per raccontare questa storia. Oggi alla cricca composta da alcuni sottosegretari di governo, da uomini di Berlusconi condannati per mafia, da faccendieri già attivissimi nei giorni del crac del Banco Ambrosiano oltre che da referenti della camorra e della 'ndrangheta i giornali danno il nome di P3. E' diversa, questa P3 dalla P2: è come se ne avesse mutuato solo il codice di comportamento - la corruzione, il ricatto, l'uso dei dossier per screditare gli avversari: è una banda che fa i suoi affari, parla in codice e in dialetto, non ha neppure la grandezza criminale di un disegno eversivo. Solo soldi, benefici privati, favori. Non abbiamo più nemmeno i golpisti di una volta. Cesare ha provato a risolvere il problema come fa sempre: occultandolo. Ecco l'urgenza della legge bavaglio. Non ha fatto in tempo, e di nuovo minaccia.

venerdì 16 luglio 2010

Milano, 'ndrangheta


Quasi trecento arresti, oltre 160 aziende inquisite per mafia, sequestrati immobili, terreni, conti bancari e quote societarie, oltre ad armi e droga, per centinaia di milioni di euro in Italia e all'estero, dalla Lombardia alla Calabria, fino in Canada.

Paolo Biondanisull'Espresso del 17 luglio 2010.

La maxi-inchiesta che sta portando in carcere intere famiglie della 'ndrangheta, insieme a decine di insospettabili imprenditori, politici e funzionari anche del Nord, rivela per la prima volta come sono cambiati i modelli organizzativi della mafia calabrese, l'organizzazione criminale più segreta e impermeabile.

Oggi anche la 'ndrangheta ha una commissione direttiva centrale che ricorda la Cupola di Cosa Nostra ed è articolata in tre grandi "mandamenti" e decine di "locali" territoriali non solo in Calabria, ma anche in Lombardia. Dove la 'ndrangheta, dopo il sequestro Sgarella, si è ormai trasformata in mafia imprenditrice, in grado di controllare interi settori dell'economia, come l'edilizia e gli appalti stradali, le bonifiche e i rifiuti, di sistemare propri uomini ai vertici della sanità regionale, condizionare le elezioni dirottando voti verso politici complici o conniventi, spiare le inchieste in tempo reale attraverso la corruzione sistematica di rappresentanti delle forze dell'ordine.

La cupola lombarda
A segnare la svolta nella storia criminale della 'ndrangheta è l'omicidio di Carmine Novella, ufficialmente un ricco imprenditore dell'edilizia e ristorazione, che è stato assassinato da due killer in pieno giorno, il 14 luglio 2008, in un bar di San Vittore Olona, tra Milano e Varese. Le indagine dei pm di Milano e Reggio Calabria, fondate soprattutto su quelle intercettazioni ambientali che il governo Berlusconi ora progetta di limitare massicciamente, mostrano che Novella era diventato il massimo rappresentante della sotto-cupola che riunisce le famiglie mafiose calabresi trapiantate in Lombardia. Una federazioni di cosche, chiamata "la Lombardia", che funzionava come una "camera di controllo" per spartirsi gli affari leciti e illeciti e puntava anche a inserirsi negli affari miliardari dell'Expo, acquisendo grosse imprese attraverso prestanome. Novella, stando alle indagini, è stato ammazzato per uno sgarro legato a una sorta di federalismo mafioso: il boss teorizzava che le cosche trapiantate da decenni al Nord erano diventate tanto ricche e potenti da poter ormai staccarsi dalle famiglie originarie radicate in Calabria. Dopo l'omicidio di Novella, il nuovo rappresentante della sotto-cupola lombarda è diventato Giuseppe Neri, la cui designazione è stata ricostruita interamente dalle indagini. Filmati e intercettazioni dei carabinieri di Monza e della polizia di Reggio Calabria hanno ricostruito in diretta circa quaranta vertici tra boss mafiosi in Aspromonte, alla Madonna dei Polsi. Intercettato anche un summit a Paderno Dugnano, in un locale paradossalmente intitolato alla memoria di Falcone e Borsellino, dove i capi-mafia della Lombardia hanno eletto per alzata di mano, all'unanimità, il "mastro generale" Pasquale Zappia.

Mafia imprenditrice
I capitoli più inquietanti della maxi-inchiesta coordinata dal procuratore Giuseppe Pignatone e dall'aggiunto milanese Ilda Boccassini documentano la massiccia infiltrazione della 'ndrangheta nelle imprese del Nord. Almeno 160 aziende sono state agganciate con l'usura e le estorsioni fino ad essere svuotate dall'interno: i vecchi proprietari sono stati costretti a svendere, portati al fallimento o trasformati in prestanome, utilissimi per conquistare appalti pubblici senza destare sospetti. Emblematico il caso della Perego general contractor, una grossa azienda lecchese che, dopo una grave crisi, è finita sotto il controllo del clan Pelle-Strangio. Tra gli arrestati compaiono circa 160 imprenditori presunti mafiosi, ma nelle intercettazioni i boss dicono di poter contare su "circa 500 unità".

Voti mafiosi, talpe e corruzione
Tra i tanti insospettabili finiti in manette in Lombardia compaiono anche Carlo Antonio Chiriaco, manager calabrese nominato direttore sanitario dell'Asl di Pavia, Francesco Bertucca, imprenditore edile del Pavese e Rocco Coluccio, biologo e manager privato trapiantato a Novara. Su indicazione di Chiriaco, il boss Pino Neri ha ordinato ai suoi uomini di far incanalare i voti delle famiglie a favore di Giancarlo Abelli, uomo forte della sanità lombarda e parlamentare pavese del Pdl, non indagato perché fino a prova contraria inconsapevole. Un assessore comunale di Pavia, Pietro Trivi, è invece indagato per corruzione elettorale, mentre l'ex assessore provinciale milanese Antonio Oliviero è inquisito per tangenti e bancarotta. Sotto inchiesta anche quattro carabinieri di Rho, il comune sede della futura Expo dove aveva la sua base il defunto boss Novella. Uno dei quattro militari avrebbe sistematicamente passato notizie alle cosche in cambio di tangenti da mille e tremila euro. Di certo i boss mostravano di conoscere l'inchiesta già dal 2008 e si preoccupavano: «Con la Boccassini non la scampiamo». Le dimensioni dell'inchiesta spiazzano le autorità milanesi. Nei mesi scorsi, accogliendo la commissione parlamentare antimafia, il prefetto Gian Valerio Lombardi si era sbilanciato a sostenere che «a Milano la mafia non esiste».
Il sindaco Letizia Moratti si è sempre opposta alle richieste dell'opposizione di creare anche a Palazzo Marino una commissione d'indagine sulle infiltrazioni mafiose in vista dell'Expo. Mentre la giunta Formigoni dovrebbe chiarire chi abbia proposto la nomina del presunto colletto bianco della 'ndrangheta ai vertici della sanità di Pavia. Dagli atti delle indagini emergono decine di piste investigative su possibili infiltrazioni della 'ndrangheta nella politica e nelle istituzioni, oltre che negli affari. L'inchiesta è tutt'altro che chiusa.

martedì 6 luglio 2010

Sette anni, ne dimostra di piu'.

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano del 29 giugno 2010.


Dunque, anche per la Corte d’appello di Palermo, Marcello Dell’Utri è un mafioso. Dopo cinque giorni di battaglia in camera di consiglio, i giudici più benevoli che lui abbia mai incontrato hanno stabilito quanto segue: fino al 1992, prima in casa Berlusconi, poi nella Fininvest, poi in Publitalia, ha sicuramente lavorato per Cosa Nostra...


...(la vecchia mafia dei Bontate e Teresi, e la nuova mafia dei Riina e Provenzano) e contemporaneamente per il Cavaliere palazzinaro, finanziere, editore, tycoon televisivo.

Dopo il 1992, cioè negli anni delle stragi politico-mafiose e della successiva nascita di Forza Italia (un’idea sua), mancano le prove che abbia seguitato a farlo per il Cavaliere politico. Questo, in attesa di conoscere le motivazioni della sentenza, è quanto si può dire a una prima lettura del suo dispositivo.

Qualche sito e qualche cronista (tra cui, sorprendentemente, quello di Sky) si sono subito affannati a concludere che “è stato smentito Spatuzza”: ma questo, finchè non saranno note le motivazioni, non lo può dire nessuno. Molto più probabile che i giudici abbiano stabilito, com’è giusto, che le sue parole – né confermate né smentite – da sole non bastano, senza riscontri. Riscontri che avrebbe potuto fornire Massimo Ciancimino, se i giudici Dell’Acqua, Barresi e La Commare avessero avuto la compiacenza di ascoltarlo, prima di decidere apoditticamente, senza nemmeno averlo guardato in faccia, che è “inattendibile” e “contraddittorio”.

Riscontri che già esistevano prima che Spatuzza e Ciancimino parlassero: oltre alle dichiarazioni ultra-riscontrate di Nino Giuffrè e altri collaboratori sul patto Provenzano-Dell’Utri, è proprio sul periodo successivo al 1992 che i magistrati hanno raccolto la maggiore quantità di fatti documentati e inoppugnabili: le intercettazioni del mafioso Carmelo Amato, provenzaniano di ferro, che fa votare Dell’Utri alle europee del 1999; le intercettazioni dei mafiosi Guttadauro e Aragona che organizzano la campagna elettorale per le politiche del 2001 e parlano di un patto fra Dell’Utri e il boss Capizzi nel 1999; le agende di Dell’Utri che registrano due incontri a Milano col boss Mangano nel novembre del 1994, mentre nasceva Forza Italia; la raccomandazione del baby calciatore D’Agostino per un provino al Milan, caldeggiato dai Graviano e propiziato da Dell’Utri; e così via. Vedremo dalle motivazioni come i giudici riusciranno a scavalcare questi macigni.

Ora, per Dell’Utri, il carcere si avvicina. Quello di ieri è l’ultimo giudizio di merito sulla sua vicenda: resta quello di legittimità in Cassazione, ma le speranze di farla franca attraverso una delle tante scappatoie previste dall’ordinamento a maglie larghe della giustizia italiana sono ridotte al lumicino. La prescrizione, per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa doppiamente aggravato dall’elemento delle armi e da quello dei soldi, scatta dopo 22 anni e mezzo dalla data ultima di consumazione del reato: quindi dal 1992. Il calcolo è presto fatto: se la Cassazione deciderà che davvero il reato si interrompe nel 1992, la prescrizione scatterà nel 2014-2015, quanto basta alla Suprema Corte per confermare definitivamente la condanna a 7 anni. Che non potranno essere scontati ai domiciliari secondo la norma prevista dalla ex Cirielli per gli ultrasettantenni (Dell’Utri compirà 70 anni nel 2011), perché non vale per i reati di mafia (altrimenti sarebbero a casa anche Riina e Provenzano).

Se invece la Cassazione cassasse senza rinvio la condanna, Dell’Utri avrebbe risolto i suoi problemi. Ma c’è pure il caso che la Cassazione cassi la sentenza con rinvio, accogliendo il prevedibile ricorso della Procura generale contro l’assoluzione per i fatti post-1992. Nel qual caso si celebrerebbe un nuovo appello, ma per Dell’Utri sarebbe una magra consolazione: rinvierebbe soltanto di un paio d’anni l’amaro calice del carcere, visto che, allungandosi il periodo del suo reato, si allungherebbe anche il termine di prescrizione. Semprechè, naturalmente, non venga depenalizzato il concorso esterno in associazione mafiosa.

Questa sentenza, per quanto discutibile, compromissoria e anche un po’ furbetta, aiuta a comprendere la differenza che passa tra la verità giudiziaria e quella storica, politica, morale. Nessuna persona sana di mente potrebbe credere, alla luce del dispositivo, che Cosa Nostra sia un’accozzaglia di squilibrati che si alleva un concorrente esterno, lo infiltra nell’abitazione e nelle aziende di Berlusconi per tutti gli anni 70 e 80 fino al 1992 e poi, proprio quando diventa più utile, cioè quando s’inventa un partito che riempie il vuoto lasciato da quelli che avevano garantito lunga vita alla mafia fino a quel momento, lo scarica o se ne lascia scaricare senza colpo ferire.

Una banda di pazzi che per un anno e mezzo mettono bombe e seminano terrore in tutt’Italia per sollecitare un nuovo soggetto politico che rimpiazzi quelli decimati da Tangentopoli e dalla crisi finanziaria e politica del 1992, e quando questo soggetto politico salta fuori dal cilindro non di uno a caso, ma del vecchio amico Dell’Utri, interrompono le stragi, votano in massa per Forza Italia, ma rompono i rapporti col vecchio amico Dell’Utri, divenuto senatore e rimasto al fianco del nuovo padrone d’Italia.

I giudici più benevoli mai incontrati da Dell’Utri, dopo cinque anni di appello e cinque giorni di camera di consiglio, non hanno potuto evitare di confermare che, almeno fino al 1992, esistono prove insuperabili (perfino per loro) della mafiosità di Dell’Utri. Cioè dell’uomo che ha affiancato Berlusconi nella sua scalata imprenditoriale, finanziaria, editoriale, televisiva. E che nel 1992-’93 ideò Forza Italia, nel 1995 fu arrestato per frode fiscale e nel 1996 entrò in Parlamento per non uscirne più.

Intervistato qualche mese fa da Beatrice Borromeo per il Fatto quotidiano, Dell’Utri ha candidamente confessato: “A me della politica non frega niente. Io mi sono candidato per non finire in galera”. Ecco, mentre i giudici di Palermo scrivono le motivazioni, ora la palla passa alla politica. Un’opposizione decente, ma anche una destra decente, semprechè esistano, dovrebbero assumere subito due iniziative.

1) Inchiodare Silvio Berlusconi in Parlamento con le domande a cui, dinanzi al Tribunale di Palermo, oppose la facoltà di non rispondere. Perché negli anni 70 si affidò a Dell’Utri (e a Mangano)? Perché, quando scoprì la mafiosità di almeno uno dei due (Mangano), non cacciò anche l’altro che gliel’aveva messo in casa (Dell’Utri), ma lo promosse presidente di Publitalia e poi artefice di Forza Italia? Da dove arrivavano i famosi capitali in cerca d’autore degli anni 70 e 80? Si potrebbe pure aggiungere un interrogativo fresco fresco: il presidente del Consiglio è forse ricattato o ricattabile anche su queste vicende (ieri il legale di Dell’Utri, Nino Mormino, faceva strane allusioni al prodigarsi del suo assistito fino al 1992 per “salvare dalla mafia Berlusconi e le sue aziende”)?

2) Pretendere le immediate dimissioni di Marcello Dell’Utri dal Parlamento. Quello di ieri non è un avviso di garanzia, una richiesta di rinvio a giudizio, un rinvio a giudizio, una sentenza di primo grado: è la seconda e ultima sentenza di merito. Che aspetta la politica a fare le pulizie in casa? Che i carabinieri irrompano a Palazzo Madama per prelevare il senatore e condurlo all’Ucciardone?

lunedì 5 luglio 2010

Il gradino sopra Dell'Utri.



Lirio Abbate sull'Espresso del 8 luglio 2010.

La condanna in appello lascia aperta la questione del patto tra mafia e Forza Italia. Mentre vanno avanti le indagini sui misteri delle stragi. E il parlamentare prosegue gli affari con Carboni e Verdini.

Mentre a Milano infuria Tangentopoli l'ex democristiano Ezio Cartotto viene ingaggiato in gran segreto da Marcello Dell'Utri per studiare un'iniziativa politica della Fininvest in previsione del crollo dei partiti amici. Siamo fra maggio e giugno del 1992 e l'allora numero uno di Publitalia pensa a come far nascere Forza Italia. Dell'Utri però sostiene che l'idea del partito "azzurro" gli fu comunicata a sorpresa da Silvio Berlusconi "solo a fine settembre 1993". La tesi sostenuta dalla procura di Palermo sull'origine del movimento politico avvenuta quasi in concomitanza con le stragi di Falcone e Borsellino, potrebbe essere avvalorata dalla sentenza dei giudici della Corte d'appello che hanno confermato la condanna per il senatore Dell'Utri, riducendola a sette anni (in primo grado erano nove gli anni inflitti) per concorso esterno in associazione mafiosa.

La sentenza chiude una volta per tutte il capitolo sui rapporti tra il partito azzurro e Cosa nostra? Non proprio. I magistrati di secondo grado, pur riconoscendo il coinvolgimento del braccio destro di Berlusconi negli affari della mafia negli anni Settanta e Ottanta, hanno però posto dei paletti al capo di imputazione che gli veniva contestato. Il limite oltre il quale non si deve andare, secondo la corte d'appello, è proprio quello del 1992. Da quell'anno orribile, insanguinato dalle stragi, Dell'Utri va assolto. Ufficialmente in quel periodo è ancora un manager al fianco dell'imprenditore Berlusconi, ma i suoi contatti con i boss proseguono. E forse proprio allora si trasforma in politico. Lui che non aveva mai fatto politica fino ad allora. Una metamorfosi che potrebbe essere avvenuta proprio nel 1992 un anno prima dalla data che l'imputato fornisce ai magistrati, diventando così da manager a uomo che si occupa di politica.

La corte d'appello fissa dunque dei paletti al capo d'imputazione i cui reati vengono contestati a partire dal 1970 "in poi". Oltre trent'anni di storia criminale riversata sulle spalle di un Marcello Dell'Utri imprenditore, uomo d'affari, intermediario, manager. Poi, però, diventa politico. Ed è su questo confine che i giudici possono aver alzato un muro. Se le motivazioni della sentenza di condanna lo confermeranno, ci potremmo trovare davanti ad un fatto nuovo che potrebbe avere ripercussioni nelle inchieste giudiziarie che le procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze stanno conducendo sulla trattativa fra Stato e mafia, sulle stragi e i loro mandanti occulti. Infatti, se venisse accertato anche in secondo grado che si inizia a preparare la nascita di Forza Italia in prossimità delle bombe di Capaci e via D'Amelio, i risvolti giudiziari potrebbero essere notevoli. In ambienti giudiziari fanno notare che la sentenza decisa dalla corte presieduta da Claudio Dall'Acqua riguarda solo Dell'Utri imprenditore, quello che riesce a saldare i patti fra Cosa nostra e le aziende di Silvio Berlusconi.

Il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non troverebbe più applicazione quando l'imputato diventa politico. In questo caso, rispettando probabilmente il dettato giurisprudenziale della Cassazione, sarebbe più difficile provare il patto con i boss, o il "guadagno" che ne avrebbe avuto Cosa nostra. Ma se così fosse, sostengono in procura a Palermo, quel "gradino" che voleva il pubblico ministero dalla Corte potrebbe essere stato realizzato. Il pg Nino Gatto, che ha sostenuto l'accusa, lo ha detto chiaramente nell'ultima udienza ai giudici che stavano per entrare in camera di consiglio: "Dovete prendere una decisione storica, non solo dal punto di vista giudiziario, ma per il nostro Paese. Voi potete contribuire alla costruzione di un gradino salito il quale, forse, si potranno percorrere altri scalini che potranno far accertare le responsabilità che hanno insanguinato il nostro Paese. Oppure potete distruggere questo gradino".

I fatti di questo processo a Dell'Utri, che viene visto come "mediatore", "tessitore", colui il quale interviene in modo provvidenziale a risolvere i problemi di crisi dell'organizzazione mafiosa con il mondo economico e quello politico, sono dimostrati da una serie impressionante di elementi concreti documentati da testimoni insospettabili, carte, agende, filmati, fotografie, intercettazioni telefoniche e ambientali, addirittura ammissioni dello stesso imputato. E da qui i pm sono risaliti alle parole dei collaboratori di giustizia, quegli ex mafiosi che spiegano quei fatti secondo la logica interna e l'evoluzione storica dell'organizzazione di cui hanno fatto parte per una vita. Il tema della strategia stragista e della sua attuazione è rimasto fuori dal processo. I pm avevano fatto emergere davanti ai giudici del tribunale solo il loro punto di vista che è stato espresso parlando dell'evoluzione della strategia. Ciò che è emerso è il risultato di buoni rapporti fra gli uomini di Cosa nostra e Dell'Utri che sono sopravvissuti agli anni del "terrore". La considerazione di cui il braccio destro di Berlusconi godeva fra i clan prima della stagione delle bombe, per i magistrati "è rimasta intatta pur nel clima di terrore di quegli anni, in cui diventarono obiettivo della violenza mafiosa non solo i nemici della mafia, ma anche quelli che un tempo erano ritenuti dai boss di Cosa nostra amici della mafia, ma ora non più affidabili".


Carlo Cipriani su Giornalettismo del 5 luglio 2010.

Tutti ne parlano, sempre più ad alta voce. A leggere i giornali sembra di essere alla vigilia di una crisi di governo, di un redde rationem, della fine del centro destra. Ad occhio, sembra una pericolosa fuga in avanti. Attenzione: in tempi non sospetti – subito dopo le trionfali elezioni del 2008 – più volte abbiamo dubitato non solo della capacità di questa maggioranza di fare le riforme che servono all’Italia, ma anche di arrivare tranquillamente alla fine della legislatura.

Perché era già chiara la difficoltà di governare problemi complessi che non si risolvono a colpi di slogan semplificatori o di “ghe pensi mi”. Perché era evidente la presenza di troppe anime trasversali, a partire da quella “nordista” incarnata dalla coppia Tremonti-Bossi contrapposta a quella centro meridionale della coppia Letta-Fini. Perché neppure una sistematica occupazione dell’informazione che fa opinione (Tg in testa) può cancellare il cancro della questione giustizia che puntualmente torna e condiziona oltre il limite della decenza il suo capo Berlusconi.

Ma sono, appunto, cose note da tempo. E che non hanno impedito al centro destra di tenere saldamente il potere, che è diverso dal governare, per molti anni. E adesso, proprio mentre il declino è più evidente e le crepe sotto il cerone s’intravedono sempre più, proprio ora che è palese la manifesta incapacità di risolvere i problemi del Paese e le contraddizioni della sua maggioranza, nel mezzo di una crisi economica devastante, quel furbacchione di Berlusconi – l’unico vero animale politico sulla scena, altro che dilettante! – farebbe un regalo del genere ai suoi nemici ed amici, o presunti tali? Tra rischiare di finire arrosto, anzi mettersi sul fuoco da solo, e restare sulla graticola la scelta è facile, anche se non piacevole. E le armi di Fini e Casini e dei cosiddetti “poteri forti” (chi li avvista, avvisi per favore) sono fiori nei cannoni. Il Pd poi semplicemente non esiste.

Magari mi sbaglio, ma c’è solo un’eccezione allo scenario che vede il governo continuare stancamente a sgovernare tra mille punture di spillo per almeno un paio d’anni: la blindatura giudiziaria di Berlusconi. A questo punto obiettivamente difficile. Ma se accadesse, a quel punto Silvio potrebbe anche rischiare il tutto per tutto e provare una nuova avventura elettorale, magari dopo aver regalato un fantasma di federalismo a Bossi da dare in pasto ad un elettorato del nord sempre più disilluso. Ma non prima. Gli altri? Troppo piccoli e troppo insipidi per poter fare qualcosa di diverso dal muovere aria. Che poi nel frattempo il Paese affondi nella melassa gelatinosa è una cosa che interessa solo a pochi fessi.

sabato 3 luglio 2010

Nicola Cosentino, le 46 telefonate agli uomini di gomorra.


Dal Fatto Quotidiano del 3 Luglio 2010.

Le promesse, gli appuntamenti, il mandato d'arresto. Ma non basta: resta al suo posto Ci sono 46 telefonate che – secondo i magistrati di Napoli – inchiodano il sottosegretario Nicola Cosentino e allo stesso tempo imbarazzano politicamente Gianfranco Fini.

In queste conversazioni intercettate tra il 2002 e il 2004 si sente Cosentino che conversa amabilmente, anche di affari, nomine e discariche, con tre protagonisti del traffico dei rifiuti di Gomorra: i fratelli Sergio e Luigi Orsi e il presidente del consorzio CE4, Giuseppe Valente. Luigi Orsi sarà ucciso nel 2008. Sergio Orsi e Valente saranno invece arrestati per i loro rapporti con i casalesi e poi condannati. Il sottosegretario Cosentino promette al telefono a Valente di intervenire per evitare lo scioglimento del comune di Mondragone per infiltrazione mafiosa e fissa appuntamenti alle stazioni di servizio con modalità che per il gip sono utili “in prospettiva accusatoria”. E poi ci sono le telefonate di raccomandazione che dimostrano il controllo politico di Cosentino dei consorzi della raccolta dei rifiuti, infiltrati dalla camorra.

Nonostante i contenuti esplosivi di queste 46 telefonate (segretate e trasmesse alla Camera assieme alla richiesta che invece è pubblica e potete leggere su www.ilfattoquotidiano.it) la Camera ha negato l’autorizzazione a usarle. E lo ha fatto con il contributo fondamentale proprio di un fedelissimo di Gianfranco Fini: Nino Lo Presti. Un comportamento il suo che sembra contrastare con le dichiarazioni del suo leader. Il primo luglio scorso alla presentazione della nuova rivista diretta da Alessandro Campi, il presidente della Camera Fini aveva detto a Sandro Bondi: “Dimmi il nome di una democrazia dove rimane sottosegretario una persona per cui si è chiesto l’arresto”.

Maggioranza Casta
Due mesi prima il finiano Lo Presti aveva chiesto alla Giunta per l’autorizzazione a procedere nel procedimento su Cosentino, nel quale è relatore, di votare a favore del sottosegretario garantendogli per la seconda in 5 mesi lo scudo dell’immunità. Già nel novembre del 2009 il Pdl aveva votato compatto contro l’arresto per concorso in associazione camorristica. Ma se la negazione dell’arresto è ormai una scelta scontata della Casta, il diniego di utilizzazione delle telefonate di Cosentino non era così automatico. Soprattutto per i finiani. Cosentino non è un parlamentare qualsiasi. Nonostante l’accusa di essere stato complice della camorra, il deputato si ostina a mantenere il ruolo di sottosegretario all’Economia, con una delega delicata come quella relativa al Cipe. Inoltre resta un politico influente, come si è visto nella vicenda del tentato condono edilizio presentato sotto forma di emendamento alla manovra da tre parlamentari a lui fedeli. “La scelta di restare al governo nonostante l’ordine di arresto per fatti di camorra dovrebbe imporre a Cosentino una trasparenza ancora maggiore”, spiega Marilena Samperi del Pd, “il potere della Camera di negare ai magistrati l’uso delle intercettazioni non deve tutelare la persona ma l’istituzione. Invece il diniego sulle telefonate di Cosentino si configura come un privilegio personale ingiusto”.

Il deputato nato a Casal di Principe ed eletto a Caserta è stato intercettato “passivamente”. Non era lui il bersaglio dei pm ma i suoi amici. Mentre parlava con gli imprenditori legati alla camorra che erano indagati e che poi saranno condannati, la voce di Cosentino è entrata casualmente nelle cuffie dei Carabinieri. Ora quelle chiamate sono finite a Montecitorio. E, dopo il diniego della Giunta, sarà la Camera a dover dire l’ultima parola. L’aula tarda a mettere all’ordine del giorno il voto e forse dietro il ritardo c’è anche il mal di pancia di Fini. Ma cosa c’è nelle trascrizioni depositate in giunta? Un primo blocco di 24 telefonate sono state intercettate, dal giugno 2002 al gennaio 2003, sull’utenza dell’ex presidente del consorzio Ce4, addetto alla raccolta dei rifiuti in provincia di Caserta, Giuseppe Valente. Un secondo blocco comprende undici telefonate intercettate sul telefonino di Sergio Orsi, protagonista indiscusso della raccolta dei rifiuti secondo i magistrati. Queste telefonate vanno da aprile a maggio 2004. Mentre altre 11 telefonate di Cosentino, avvenute dal febbraio del 2004 al 2 agosto di quell’anno, sono intervenute tra il sottosegretario e il fratello di Sergio Orsi, quel Michele Orsi che poi, dopo avere parlato con i pm, sarà ucciso nel 2008 con 17 colpi dai sicari del boss Setola. Tutte le 46 telefonate sono utili per l’accusa, secondo il gip, perché provano i contatti di Cosentino con soggetti come Orsi, considerato “intraneo alla camorra” o come Valente “condannato a 5 anni e 4 mesi per undici violazioni del codice penale” che vanno dal concorso esterno al clan camorristico, alla truffa con aggravante di mafia.

Favori e protezioni
Tra le telefonate con Valente, la più interessante è per il gip quella del 30 giugno 2002 perché “tende ad avvalorare il coinvolgimento dell’onorevole Cosentino in un’attività diretta a proteggere il sindaco di Mondragone, Ugo Conte e la sua amministrazione dallo scioglimento dell’amministrazione per infiltrazioni mafiose”. Un’altra telefonata chiave, per il gip, è quella del 5 luglio del 2002 nella quale “si riscontra l’intervento di Nicola Cosentino per un ampliamento dell’area del Comune di Santa Maria La Fossa da espropriare per la realizzazione di una discarica… intervento finalizzato a favorire l’imprenditore casalese Sebastiano Corvino”. La discarica in questione era osteggiata dal ministro Altero Matteoli ma al telefono con Orsi, Cosentino promette che riuscirà a superare l’ostacolo.

Infiltrazioni mafiose a Bordighera?



Danatella Alfonso su Repubblica del 3 luglio 2010.

Sfiora il governo il terremoto politico che scuote Bordighera. Dopo i sospetti di infiltrazioni mafiose si dimette Giulio Viale, assessore leghista al Bilancio e padre di Sonia Viale, sottosegretario all'Economia. Viale ha scelto di farsi da parte dopo la notizia dell'invio al prefetto di Imperia, Francesco Paolo Di Menna, di un'informativa dei carabinieri su possibili infiltrazioni mafiosi e voti di scambio.

Viale ha rassegnato le dimissioni alla segreteria nazionale del partito, che dovrà vagliarle. "Se la notizia è confermata, rinnovo la richiesta di dimissioni: chiedo alla segreteria nazionale di lasciare la giunta, perché ritengo conclusa la mia attività", ha dichiarato l'assessore leghista. Sonia Viale, che in precedenza era stata una delle collaboratrici più vicine all'ex ministro della giustizia Roberto Castelli, dal canto suo, ha chiarito che ogni decisione sarà demandata alla direzione del partito che si riunirà lunedì.

Anche un esponente del Pdl, il consigliere incaricato alle manifestazioni, Alessandro Panetta, ha annunciato che abbandonare il suo incarico all'interno dell'amministrazione comunale. E a questo punto, l'intera amministrazione guidata da Giovanni Bosio, che per lunedì ha convocato un vertice di maggioranza, potrebbe andare verso le dimissioni.

Sulla vicenda di Bordighera aveva già lanciato un preoccuopato allarme il responsabile della giustizia del Pd, Andrea Orlando, che ha sottolienato la necessità di investigare a fondo sulle possibili infiltrazioni mafiose nella provincia di Imperia.

L'informativa inviata dai carabinieri del comando provinciale al prefetto Francescopaolo Di Menna è giunta al termine delle indagini che hanno portato agli arresti di otto persone a Bordighera, legate al gioco d'azzardo, alcune di queste considerate "contigue" alla 'ndrangheta. Secondo le dichiarazioni di alcuni assessori comunali, gli arrestati avrebbero esercitato pressioni sul sindaco e su assessori per ottenere l'apertura di una sala giochi ed altri favori.

venerdì 2 luglio 2010

La mafia alla conquista di Expo.



Dal fatto quotidiano del 2 luglio 2010.

ma a Milano c’è chi dice no Questo è un articolo su qualcosa di cui tanto si parla, ma che ancora non esiste: l’ Expo 2015. E su qualcosa che esiste ma di cui nessuno parla: la ‘ndrangheta a Milano. Lo spiega bene il procuratore aggiunto, Ilda Bocassini: “Expo? Stiamo parlando di una cosa che non esiste”. Esiste, ed è radicata, invece la criminalità organizzata. “Dobbiamo avere mille sensori perché non si può escludere che persone non corrette se ne avvantaggino”.

Lo rende evidente la realtà. Mentre la società Expo 2015 Spa, a più di due anni dalla vittoria di Milano su Smirne, vola a Parigi ad aggiornare il Bie e presentare il nuovo direttore generale, Giuseppe Sala, nominato mercoledì al posto di Lucio Stanca, le cosche allungano le mani sulle aree dove a Pero dovrebbe sorgere il quartiere espositivo. E lo fanno con la connivenza di politici amici. Ieri all’alba gli uomini della Dda di Milano hanno colpito il clan dei Valle. Secondo l’ordinanza di custodia firmata dal gip Giuseppe Gennari, il clan era riuscito a ottenere le licenze per aprire un mini casinò, una discoteca e anche un’attività di ristorazione nel comune di Pero nell’ambito di un progetto di riqualificazione di quelle zone in virtù del prossimo Expo. E le aveva ottenute grazie all’interessamento dell’assessore comunale di Pero, Davide Valia. C’è anche il presidente della Provincia, Guido Podestà, tra le amicizie vere o millantate da uno degli arrestati, Riccardo Cusenza. Podestà, coordinatore regionale del Pdl, smentisce. Così come il comune di Pero smentisce di aver “rilasciato alcuna licenza”. Rimangono però i 15 arresti ai danni della famiglia Valle compiuti alle prime ore del mattino di ieri.

Intanto, il sindaco Letizia Moratti, il presidente della società, Diana Bracco e lo stesso Sala, volavano a Parigi per relazionare al Bureau international des expositions come procede il cronoprogramma dei lavori in vista del 2015. Il dossier di candidatura non può essere stravolto. Ma le garanzie per i fondi mancano. Così come manca ancora la decisione sull’acquisto o meno delle aree da parte della società. Oltre ai ritardi sulll’avvio dei lavori delle opere pubbliche, metropolitane su tutte. Il presidente del Bie, Jean Pierre Lafon, prima ascolta la relazione della Moratti, e poi “bacchetta” la delegazione milanese. “Ho due osservazioni da fare”, dice: non toccare il dossier e stringere i tempi sui terreni. “Le evoluzioni del progetto e dell’equipe non comporteranno delle modifiche nei documenti del dossier di registrazione che è già stato inviato agli Stati membri”, e “l’acquisizione dei terreni e la sua messa a disposizione della società sia effettiva il più presto possibile”. E conclude: “Dovrà essere tutto pronto per la riunione del comitato esecutivo, a ottobre”. Tre mesi.

La Moratti rassicura. Sui fondi e sui terreni, facendo riferimento a una proposta, condivisa da tutti gli enti locali, per la soluzione del comodato d’uso delle aree. Il governatore Roberto Formigoni frena gli entusiasmi: “Non c’è e non ci sarà alcuna proposta comune di Regione, Provincia e Comune ai proprietari delle aree a riguardo del comodato d’uso dei terreni. Chi lo pensasse – ha concluso duro Formigoni – forse confonde i propri desideri con la realtà”. E così sembra riaprirsi un contrasto interno a Expo. E tre mesi sono pochi, considerando che nei 27 trascorsi dall’assegnazione dell’esposizione ancora non si è trovata una soluzione al riguardo.

Non ha invece perso tempo la criminalità organizzata. “A Milano c’è stata una straordinaria operazione anti ndrangheta, la prima mirata sulle infiltrazioni per l’Expo. Sono stati sequestrati oltre 100 immobili e 28 società per un valore di diverse decine di milioni di euro”, ha detto il ministro dell’Interno, il leghista Roberto Maroni. A cui è chiaro l’interesse delle mafie per l’esposizione. Ed è evidente a molti, anche se sui quotidiani stamani i collegamenti diretti tra Expo e ‘ndrangheta dovevano essere cercati con il microscopio.

Tre giovani consiglieri regionali lombardi si ribellano al silenzio imperante e all’omertà dilagante. Giulio Cavalli, scrittore, registra e attore teatrale sotto scorta dopo aver messo in scena Do ut Des, spettacolo teatrale sui riti e conviti mafiosi. Giuseppe Civati, detto Pippo, considerato uno dei trentenni che potrebbe guidare il ricambio generazionale del Pd. E Chiara Cremonesi, coordinatrice nazionale di Sinistra Ecologia e Libertà.

Oggi hanno dato vita a Expo No Crime. “Il silenzio è un atto politico e non è nel nostro programma”, si legge nella presentazione. Expo No Crime è una commissione antimafia dal basso che avrà come suo punto di riferimento una pagina de ilfattoquotidiano.it, costantemente aggiornata con le notizie sulle operazioni antimafia all’ombra della Madonnina e il calendario di incontri e iniziative. Questa non è una battaglia ideologica. Perché la mafia è mafia solo se ha rapporti con la politica. Altrimenti è solo gangsterismo. E tutti assieme la si può battere.

Lo Stato che tratta con la mafia

Dal Blog il Popolo Sovrano del 2 luglio 2010.

Alcuni professionisti del mestiere, quello politico, iniziano a dare per certo che la trattativa tra Stato e mafia negli anni delle stragi del ’92 e del ’93 sia avvenuta. Per il presidente della Commissione Antimafia Beppe Pisanu “è ragionevole ipotizzare che nella stagione dei grandi delitti e delle stragi si sia verificata una convergenza di interessi tra Cosa Nostra, altre organizzazioni criminali, logge massoniche segrete, pezzi deviati delle istituzioni, mondo degli affari e della politica”. E a chi, come il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, chiarisce che “le teorie sono belle ma nei processi si ha bisogno delle prove giudiziarie”, Pisanu risponde che la sua relazione “è soltanto politica e non ha la benché minima pretesa di stabilire verità giudiziarie”. Come a dire che sul piano politico che sia successo qualcosa è ormai fuori di dubbio.
Verrebbe spontaneo porsi delle domande. Quali sono questi pezzi di istituzioni? Quali sono questi politici? In un Paese in cui le facce dei potenti sono le stesse da decenni, i protagonisti di quel patto continuano a svolgere il loro ruolo nel Palazzo?
Questa notizia non ha avuto un minimo spazio sui titoli dei telegiornali, e anche di alcuni giornali. Troppo impegnate al gossip le tv per badare anche al problema mafia? Forse, ma ad un certo gossip, dato che della notizia (di un giornale brasiliano) di un party con ballerine brasiliane organizzato per e da Berlusconi durante la sua recente visita a San Paolo, non vi è traccia.
E anche di quella del consigliere provinciale romano del Pdl che dopo un festino a base di trans (Alemanno e Berlusconi saranno su tutte le furie) e cocaina si è affacciato al balcone e ha improvvisato un comizio.
Lungi da me addentrarmi nel complesso tema della disinformazione dilagante in Italia, ma certo che se il fondamento dell’egemonia berlusconiana, culturalmente intesa, non è da ritrovare nel palese conflitto d’interessi del presidente del Consiglio, poco ci manca.
Un’espressione, conflitto d’interessi, che oltre a spaventare a morte inspiegabilmente tutto il Parlamento, e non solo i diretti interessati come ci si dovrebbe aspettare, è stata sminuita dai politici e dagli elettori del centrodestra in quanto, ignoranti di cosa succede nelle democrazie occidentali, è solo “un’invenzione dei comunisti”. Ma è stata anche esaltata spesso ingenuamente e irrazionalmente dal mondo di sinistra, quello che smanetta e domina su internet. Perché se qualcuno dice che il Tg1 ha riferito che “Dell’Utri è stato assolto” (incanalando centinaia e centinaia di commenti indignati), io mi aspetto di ascoltare un giornalista del servizievole giornale di Minzolini dare questa notizia, e non di sentire il giudice che legge la sentenza.
Per quanto ognuno di noi possa desiderare vedere Dell’Utri nella cella affianco a quella di Totò Riina, infatti, la sentenza di tre giorni fa assolve l’imputato dalle accuse per reati successivi al 1992. E non possiamo permetterci, fiduciosi come siamo dell’operato della magistratura, di gridare allo scandalo dell’informazione manipolata anche se un tg mostra la lettura di una sentenza.
Piccoli particolari, che colgo spesso in giro, e che riporto. Tafazzismo? Autolesionismo? No, diciamo una riflessione, affinché si cessi di rispondere all’azione con una reazione uguale e contraria e di diventare, lentamente, uguali a loro.