domenica 30 maggio 2010


Da Rainews24 del 30 maggio 2010.

Avrei voluto che la decisione sugli enti a carattere culturale fosse stata presa insieme, il Ministero dei beni culturali non doveva essere esautorato".
Cosi' il ministro Sandro Bondi torna, in un'intervista al Gr1, nella polemica sulla manovra economica e l'elenco dei 232 enti, istituti, fondazioni che non avrebbero piu' il contributo statale. "Io sono in totale sintonia con Tremonti sulle motivazioni che muovono la manovra, per le difficolta' in cui si muove il paese e la necessita' di tagli coraggiosi. Molti degli enti che figurano in quell'elenco - aggiunge Bondi - vanno soppressi, ma alcuni come il Centro sperimentale di cinematografia, la Triennale di Milano, il Vittoriale, non possono in nessun modo essere considerati lussi".

Quanto al fatto che il ministero sarebbe stato tenuto fuori dalla scelta, Bondi aggiunge: "Avrei voluto decidere insieme: il ministero non doveva essere esautorato. Ora mi mettero' al lavoro con i miei collaboratori per capire quali di quegli enti sono eccellenze e quali sono inutili. Ma la scelta va fatta insieme".
Bocchino: se Bondi non sapeva, c'è qulacosa che non va
"Se un esponente autorevole del Pdl e del governo come Sandro Bondi dice di non aver saputo e di non condividere i tagli alla Cultura significa che c'è qualcosa di serio che non va". Lo afferma Italo Bocchino, vicecapogruppo Pdl alla Camera e presidente di Generazione Italia. "Da un lato è impensabile tagliare risorse al bene più prezioso del nostro Paese - spiega - risorse che si potrebbero recuperare abolendo cose inutili e
non strategiche come il Pra, l'agenzia dei segretari comunali o l'Unire, dall'altro è grave che il coordinatore del primo partito della maggioranza, nonché ministro, non fosse stato avvertito e consultato. Siamo dinanzi all'ennesima prova della necessità di una maggiore collegialità nelle scelte politiche del Pdl".
Critiche da Farefuturo
"Non e' possibile, non e' giusto, che sul mondo del sapere e della ricerca (un "comparto" che per il nostro paese riveste un'importanza del tutto particolare) si abbatta la scure dei tagli cosi', indiscriminatamente e senza alcun tipo di discussione preliminare. Senza spazi di riflessione, di confronto, anche all'interno dello stesso ministero". Cosi' Ffwebmagazine, periodico online della Fondazione Farefuturo, commenta i tagli imposti dalla manovra al
mondo della cultura.

"Che sia tempo di sacrifici - continua l'articolo - nessuno lo mette in dubbio. E condividiamo tutti l'esigenza di profonde riforme della cultura come quella delle fondazioni liriche ora in Parlamento, e condividiamo tutti l'esigenza di una manovra
che - come detto - impone sacrifici a tutti".
"Ma attenzione - si evidenzia - ai tagli indiscriminati alla cultura. Soprattutto se nella lista dei 232 istituti "tagliati", ci sono anche - questo e' il dramma - alcune vere e proprie punte di eccellenza italiana riconosciute da tutto il mondo (qualche esempio: la Triennale di Milano, la fondazione Feltrinelli, il Festival dei Due mondi di Spoleto e la Fondazione Arena di Verona, il Rossini festival di Pesaro, l'Istituto Gramsci di Roma, il Gabinetto Vieusseux di Firenze)".

"Dispiace - conclude Ffwebmagazine - che sia andata cosi'. Dispiace che non ci sia stato il tempo di capire e decidere tutti insieme come e dove tagliare, come e dove eliminare sacche di spreco. E dispiace ancora di piu' perche' rischia di essere un sacrificio, questo, inutile se non controproducente".

giovedì 27 maggio 2010

IL PIANO DI RINASCITA DEL GOVERNO


Luigi De Magistris su Il Fatto Quotidiano del 27 maggio 2010.


Con la legge sulle intercettazioni il Governo e la maggioranza servile che lo sostiene approvano l’ennesimo provvedimento che mira, scientemente, a consolidare la borghesia mafiosa della quale sono referenti oggettivi e garanti.
Una delle più grandi menzogne di Stato degli ultimi mesi – pompata ad arte anche dalla propaganda di regime di Minzolini & C. – è quella relativa al fatto che questo Governo sia stato il migliore nel contrasto al crimine organizzato. Il dato oggettivo è di segno diametralmente opposto. Questo Governo, con le architravi centrali di Berlusconi e Lega, è quello che più di ogni altro si adopera per rafforzare un sistema intriso di corruzione e mafia. Come? Attraverso l’approvazione di leggi che non consentono alla magistratura ed alle forze dell’ordine di esercitare il controllo di legalità e che privano la stampa di adempiere al diritto-dovere di cronaca.
L’elenco di provvedimenti è davvero lungo, tanto che il piano propaganda2 di Licio Gelli sembra quasi un puzzle da dilettanti. Ecco alcune leggi volute da Berlusconi e dai poteri forti ed occulti dei quali è propaggine e garante e che sono avallate dalla Lega che, ormai, è divenuto partito architrave del sistema.
La legge sullo scudo fiscale che introduce il riciclaggio di stato praticato da evasori, mafiosi, corrotti, truffatori. Il soldi delle cricche che ritornano dall’estero puliti dal Governo. Il Parlamento divenuto lavanderia internazionale del denaro sporco.
La legge che prevede la vendita all’asta dei beni confiscati alle mafie. Consente ai mafiosi di ritornare – attraverso prestanomi – nella disponibilità di immobili che hanno un altissimo valore simbolico in termine di predominio del territorio.
La legge sul processo breve che cestina migliaia di procedimenti penali nei confronti dei colletti bianchi. Un’immunità generale per il premier e le cricche che in lui vedono il salvatore dal maglio inesorabile della Giustizia.
La legge sul legittimo impedimento, servente al Presidente del Consiglio per allontanarsi, come un mariuolo, dalle aule dei tribunali in barba all’art. 3 della Costituzione che sancisce che TUTTI i cittadini sono uguali davanti alla legge.
La legge sulle intercettazioni che impedisce ai magistrati di utilizzare un mezzo di ricerca della prova fondamentale nel contrasto al crimine. Un provvedimento che vieta, inoltre, ai mezzi di comunicazione di pubblicare e raccontare i fatti oggetto delle conversazioni. Con questa legge non avremmo saputo nulla della cricca di Anemone & C., di Berlusconi che tramava per censurare Annozero, della D’Addario, di calciopoli, dei pedofili, di Marrazzo, dei furbetti del quartierino, delle cliniche degli orrori. Nulla di nulla. Un Paese normalizzato nell’ignoranza dei fatti. I corrotti e mafiosi sempre più su a scalare le istituzioni.
La legge che toglie al pubblico ministero il potere di indagare di propria iniziativa, costringendolo ad essere vincolato alle informative d’iniziativa della polizia giudiziaria e, quindi, del governo. Si attua, in tal modo, la dipendenza del pm dal potere esecutivo.
La legge che modifica la legge sui cd. pentiti prevedendo che riscontri alle dichiarazioni di un collaboratore non potranno essere propalazioni di altri collaboratori. Non solo. Si stabilisce che se una sola parte, anche infinitesimale, delle dichiarazioni non viene riscontrata cade tutto. Una probatio diabolica. Con questa legge tutti i maxiprocessi alle mafie non si sarebbero mai potuti celebrare. Addio inchieste sui rapporti tra mafia e politica, tra mafia ed economia, tra mafia ed istituzioni. Del resto, tutto naturale, come diceva Benigni, nel film Johnny Stecchino, in Sicilia il problema è il traffico.
Le leggi di bilancio che sottraggono fondi alle forze dell’ordine ed al servizio giustizia, umiliando il personale addetto. In tal modo si delegittimano sicurezza e giustizia preparando il terreno alla loro privatizzazione selvaggia.
L’elenco è ancora lungo, per non parlare, poi, dei provvedimenti amministrativi che consolidano corruzione e mafie.
Un vero e proprio piano di rinascita che stravolge lo Stato di Diritto sovvertendo i valori costituzionali.
Eppure il Governo proclama che arresta latitanti e sequestra beni. Mentendo, in quanto è merito di magistratura e forze dell’ordine che, nonostante tutto, lavorano ogni giorno in ossequio alla Costituzione; a breve anche tutto questo diverrà vano in quanto senza intercettazioni i latitanti non si arresteranno e con la vendita all’asta si riconsegneranno i beni ripuliti. Un po’ come lo scudo fiscale.
Credo sia venuta proprio l’ora di cacciare la mafia dallo Stato.

sabato 22 maggio 2010

Minzolini: “Le accuse della Busi sono false”


Da Giornalettismo del 21 maggio 2010.

Il direttore del Tg1 risponde alla lettera della giornalista che aveva annunciato di rinunciare alla conduzione del telegiornale.

“Il mio telegionale non è mai stato di parte, ho sempre dato voce a tutti e gli ascolti mi hanno dato ragione. Le accuse che mi rivolge la collega sono false. per questo non condivido neanche una riga della sua lettera. Che poteva – se vogliamo dircela tutta – farmi recapitare prima di affiggerla in bacheca“. Il direttore del Tg1 Augusto Minzolini, interpellato dall’Ansa, fornisce la propria versione in merito alla vicenda sollevate da Maria Luisa Busi, che ha annunciato l’intenzione di non prestare più il proprio volto per la conduzione del Tg delle 20. Il direttore spiega come nell’ambito del rinnovamento del telegiornale (sigla, studio e nuovo sito) nei giorni scorsi aveva “ragionato” con la direzione dell’ufficio del personale sull’eventualità di spostare la Busi al Tg delle 13. Rinnovamento spiega Minzolini del quale deve far parte anche la scelta di un nuovo volto per l’edizione del Tg delle 20. Di questa, ipotesi, “ne avevo accennato, ma solo in maniera ipotetica anche con alcuni stretti collaboratori in redazione. Forse, sarà arrivata la voce anche a lei”.

DECISIONE COERENTE - “Prendo atto della decisione di Maria Luisa Busi di voler rinunciare alla conduzione del Tg1 e spero che l’intervista da me rilasciata qualche tempo fa su alcune sue dichiarazioni non abbia in alcun modo condizionato tale scelta“. Lo afferma in una nota il consigliere d’amministrazione della Rai, Antonio Verro. “Le spiegazioni e le motivazioni addotte dalla giornalista - prosegue Verro – non sono comunque condivisibili e mi auguro vivamente che non siano strumentali a qualche altro ragionamento di tipo politico“. “Credo sia infine importante sottolineare - conclude – come la decisione della Busi appaia un gesto di grande coerenza rispetto ai commenti e alle considerazioni da lei espresse in più occasioni, sia sulla propria testata sia sull’attività dei suoi colleghi giornalisti Rai“.

IL TG1 PREMIATO DAGLI ASCOLTI? - “Esprimo la mia solidarietà al direttore Minzolini e alla stragrande maggioranza dei redattori del Tg1, che oggi devono subire una surreale predica da Maria Luisa Busi. Nè la Busi nè altri sono proprietari del Tg1. E il divismo di chi si ritiene intoccabile (o addirittura detentore di una moralità civile superiore) è qualcosa di inaccettabile per i milioni di italiani che pagano il canone, e che hanno subito per anni un`informazione faziosa a favore della sinistra (senza che le Busi se ne dolesse). Il Tg1 è oggi premiato dagli ascolti. A qualcuno, forse, dispiace?”. Lo dichiara Daniele Capezzone del Pdl.

giovedì 13 maggio 2010

Il sorcio in bocca.




da il Fatto quotidiano del 13 maggio 2010.

E così Scajola non va dai magistrati di Perugia. La cosa paradossale è che, per la prima volta dall’inizio di questa farsa, non si può dire che abbia torto.
Scajola ha una bella casa; non è vero che gli è costata circa 600.000 euro: almeno altri 900.000 gli sono stati dati da un imprenditore un po’ chiacchierato e inquisito, Anemone, che avrebbe ricevuto trattamenti di favore. La cosa si trascina per qualche giorno fino a una conferenza stampa in cui il nostro dichiara di non aver mai saputo che la sua casa era stata pagata da uno sconosciuto, che questa cosa è gravissima, che agirà in tutte le sedi giudiziarie possibili. Alla fine si rimangia i primi tracotanti “non mi dimetto” e si dimette; poi, sicuro della sua innocenza, si dice pronto a rispondere ad ogni domanda che i magistrati che indagano su Anemone & C. intenderanno rivolgergli. Certo ne esce un po’ pesto. Gli assegni ci sono e fanno capo ad Anemone; che gli abbia fatto o no favori, non va bene che un ministro si faccia pagare la casa da un imprenditore che ha a che fare con il suo ministero; e, se è per questo, non va bene che se la faccia pagare da chicchessia. Dunque cosa mai potrà dire Scajola ai magistrati di Perugia?
Eh, niente dirà. Perché uno “preso con il sorcio in bocca” non può essere sentito come persona informata sui fatti. Tanto più “incastrato” è, tanto più bisogna assicurargli le garanzie previste dalla legge: qualifica di indagato, conseguente assistenza del difensore, facoltà di rifiutarsi di rispondere alle domande, diritto di mentire (in genere gli indagati tengono moltissimo a questo diritto). Convocare Scajola come persona informata sui fatti equivale a un assist in area di rigore; perché l’unica cosa ragionevole che può fare un avvocato è quella che ha fatto il difensore di Scajola: non ce lo mando, è tutto irrituale, ma che scherziamo. E, se non bastasse, ma che non lo sanno che Scajola era ministro e che non sono competenti? Così l’occasione di sentire quale storia sarebbe stata elaborata per spiegare perché Anemone gli ha pagato la casa è bella che svanita.
Per carità, ci sarà la sede e il momento opportuno per chiederglielo, e (presumibilmente) per sentirgli dire che si avvale della facoltà di non rispondere. Ma alla fine che importa? Il processo penale è una cosa, l’informazione e il conseguente giudizio dei cittadini un’altra. E qui, grazie a Dio, di informazione ce ne è stata.

LA BANDA LARGA DA NOI C'E' DA SEMPRE.


Dal Blog Il bel paese, postato il 12 maggio 2010.


“I clandestini che non hanno un lavoro regolare, normalmente delinquono.” Letizia Moratti, 10 maggio 2010

Da questo dobbiamo dedurre che i clandestini che non hanno un lavoro regolare abbiano in cambio un’abilità innata ad integrarsi agli usi e costumi italiani.

E’ seccante essere derubati da un clandestino disoccupato: un portafoglio sfilato in tram, un cellulare rubato mentre ci si distrae al bar, la radio rubata dall’auto e immaginatevi tutte le altre possibili situazioni che magari avete vissuto in prima persona. E’ strano come questi piccoli furti, da qualche centinaio di euro, diano così fastidio ad un popolo che quotidianamente viene derubato e deruba senza fiatare. Razzismo? Macchè! Gli italiani non sono certo razzisti! Sono solamente invidiosi di quanto i clandestini che non hanno un lavoro regolare, siano integrati nelle usanze del bel paese, tanto da confondersi con gli italiani stessi.

In Italia la corruzione costa ai cittadini circa 50 miliardi di euro all’anno in base alle stime di Transparency International Italia. Se ogni cittadino italiano (a fine Novembre 2009 erano 60.325.805) pagasse per risarcire questo danno, dovrebbe versare 829 euro allo Stato annualmente. Considerando i giovani che studiano, i disoccupati e i cittadini in pensione, capite che la cifra che effettivamente ogni lavoratore versa allo stato è praticamente doppia.

Ogni anno, ogni lavoratore, è vittima di un consistente furto effettuato da italiani nei confronti di altri italiani, altro che i clandestini tanto cari a Moratti & C. Eppure pochi sembrano lamentarsi, forse perché il furto subito è compensato con il furto attuato ai danni dello Stato. L’evasione fiscale che nel 2007 ammontava a 270 miliardi di euro, in controtendenza con tutti gli altri indici economici, è salita nel 2009 a 369 miliardi di euro. Almeno in questo siamo primi in Europa, davanti anche a Romania, Bulgaria, Estonia e Slovacchia (secondo la ricerca condotta nel 2009 da KRLS Network of Business Ethics per conto dell’Associazione Contribuenti Italiani). Seguendo il calcolo precedente, è come se in media un cittadino rubasse dalle casse statali 6.116 euro all’anno. Certo, ci sono gli onesti (pochi a vedere i numeri) ma è dura pretendere che gli altri vivano nella pulizia quando noi stessi viviamo nell’immondizia.

“Un clandestino colto in flagranza non può essere espulso se ha altri processi in corso. Per rendere efficace il reato di clandestinità occorre assorbirlo in altre fattispecie di reato”. Letizia Moratti, 10 maggio 2010

Perché mai dovremmo espellere un clandestino colto in flagranza di reato quando il bel paese ha come presidente del consiglio un plurindagato e corruttore per sillogismo?

Perché mai dovremmo espellere il povero clandestino che tanto si prodiga per l’integrazione quando non siamo nemmeno in grado di espellere dalla Camera dei Deputati Nicola Cosentino sul quale pendeva una richiesta di arresto per concorso esterno in associazione camorristica?

Cara Moratti e cari italiani, se anche fosse vero che “i clandestini che non hanno un lavoro regolare, normalmente delinquono” , questo fatto non ci deve rendere gelosi delle nostre tradizioni che vengono adottate con estrema velocità e facilità dai nuovi arrivati nè tantomeno dobbiamo essere sorpresi. Uno Stato che si basa sulla corruzione, sull’evasione fiscale e sulla mafia cosa può pretendere? Siamo per naturale vocazione importatori di illegalità, eppure ci meravigliamo quando non siamo noi a commetterla.

martedì 11 maggio 2010

L'ITALIA DEI PRESIDENTI.


Da Bliz quotidiano dell'11 maggio 2010.

Da circa trenta anni ogni governo le “taglia”, ma le auto blu hanno la coda come quella delle lucertole: regolarmente “riscresce”. Una coda delle dimensioni pari a quella di un dinosauro: l’ultimo censimento delle auto blu in Italia arriva a quota 626.760. Tre anni fa erano 574mila: la “coda”, indifferente ai tagli, cresce e si allunga al ritmo del tre per cento all’anno. Ogni anno circa quindicimila auto blu in più. Ci si stupisce e ci si indigna al paragone con gli Usa: 72mila in un paese che ha cinque volte la popolazione italiana. La Francia ha una popolazione di poco superiore a quella italiana e un decimo di auto blu: 61mila. In Germania sono ottanta milioni a fronte dei sessanta milioni che vivono in Italia: 54mila auto blu a fronte di seicentomila e passa. E 51mila in Gran Bretagna…Abbiamo il “sedere pesante” come popolo o abbiamo una “Casta” dal “sedere” più largo, sproporzionatamente più largo di ogni altra Casta, di ogni altro paese? Insomma, chi ci viaggia nelle nostre seicentomila auto blu?
La prima, ovvia, risposta è: la “Casta”. La Casta fa mille e passa parlamentari. Un’auto per uno (e non è vero, non tutti ce l’hanno) e un’auto per ogni portaborse e segretario (non ce l’hanno ma facciamo come l’avessero) fanno duemila auto blu. E altre duemila per tutti gli eletti nei Consigli Regionali e altre diecimila per tutti gli eletti nei Consigli Comunali. Anche se tutta la “Casta politica” viaggiasse in auto blu, siamo calcolando in abbondanza, a ventimila. Poi ci sono le auto di servizio dei Ministeri, dei Provveditorati, delle Authority, di tutte le istituzioni più o meno pubbliche. Facciamo centomila? Calcolo all’ingrosso e per eccesso. E mettiamoci altre trentamila auto blu “ereditate”, quelle assegnate a chi non è più in carica e mai revocate. Siamo, tutto sommato, a 150mila auto blu. Questo il peso, l’ipertrofico peso di una “Casta obesa” come quella italiana. Obesa nelle sue abitudini e privilegi tanto da pesare il doppio e il triplo di ogni altra “Casta” europea e americana.
Ma restano, detratto il peso di quella che chiamiamo “Casta”, quasi altre cinquecentomila auto blu. Di chi sono, chi le usa a spese pubbliche visto ched tutti i politici e tutte le “famiglie” di funzionari pubblici viaggiano nelle altre 150mila? Quel mezzo milione di auto blu è a disposizione di un’altra Italia, più vasta e resistente perfino dell’Italia della “Casta”: l’Italia dei “presidenti”. Qualunque comitato, commissione, fondazione, nel nostro paese ce ne sono decine e decine di migliaia, ha un presidente. E un presidente ha per definzione un’auto blu. La “Casta dei presidenti” è vasta quanto una piccola “società civile”. Mezzo milione di auto blu oltre e fuori la “Casta politica” significa che due milioni di italiani hanno l’uso di un’auto blu in famiglia. In Grecia c’era fino ad ieri la legge che assegnava la pensione a vita alle figlie nubili dei dipendenti pubblici, in Italia c’è la regola per cui un’auto blu è “diritto” e parte del reddito di professionisti che in qualche modo lavorano per lo Stato. Per questo nessuno ha mai tagliato davvero la coda al dinosauro, perchè quel “dinosauro del privilegio” abita, vive e cresce anche e soprattutto fuori dal cosiddetto “Palazzo”. Abita nella società, discretamente “incivile” ma pura e dura società.

PER FAVORE, PAGATEMI DI PIU'.

Alessandro Giglioli su Piovono Rane dell'11 maggio 2010.

Giorgio Clelio Stracquadanio, classe 1959, milanese, liceo classico al Berchet di via Commenda, non riesce a finire l’università e fa il venditore per l’Ibm, quindi tenta la carriera di giornalista restando precario e intanto diventa militante del partito radicale.

E’ in quell’area che conosce Tiziana Maiolo, esponente antiproibizionista che nel ‘92 si fa eleggere alla Camera con Rifondazione comunista: Stracquadanio diventa così il suo portaborse e sbarca a Roma, dove finalmente ha un lavoro – seppur provvisorio – negli uffici di Rifondazione a Montecitorio.

Con Maiolo, impegnata per i diritti dei carcerati, Stracquadanio va ogni tanto a San Vittore e lì, in piena Tangentopoli, conosce Claudio Dini, il presidente socialista della metropolitana milanese, appena arrestato per mazzette.

Un altro colpo di fortuna, perché – attraverso Dini e la sua famiglia – Stracquadanio arriva a Gianni Letta: così quando due anni dopo Tiziana Maiolo passa a Forza Italia, Stracquadanio salta la quaglia con lei e presto la supera nelle grazie dei vertici, sia per il filo diretto con Letta sia perché si dimostra subito un estremista berlusconiano: si autodenuncia per violazione della par condicio e lavora nei comitati Fininvest durante il referendum sulla legge Mammì del ‘95.

L’anno dopo pensa già di poter incassare e tenta di entrare in Parlamento, ma viene trombato. Allora ricomincia a lavorare nel retrobottega di Forza Italia e si avvicina a Paolo Bonaiuti – di cui diventa segretario – mentre nel tempo libero scrive libretti allegati a “Libero”, diretto da Vittorio Feltri. E’ Bonaiuti, alla fine, a imporlo in lista nel 2006 facendolo eleggere al Senato.

Dal 2008 – passato a Montecitorio – diventa consigliere e ghost writer del ministro Maria Stella Gelmini.

Non avendo mai avuto un posto fisso, la sua grande angoscia è accumulare abbastanza legislature per poter incassare il vitalizio da parlamentare.

Anemone, Bertolaso, la cricca, i soldi e le opere pubbliche: un edificante affresco italiano.


M. Paganini su Polisblog dell'11 maggio 2010.

La vicenda che ruota intorno agli appalti, alle mazzette, alle donazioni e ai benefit messi in circolo per agevolare amici e imprenditori assegnandogli appalti e soldi pubblici merita senz’altro di essere definita edificante. Non solo perché affonda le sue fondamenta nel cemento (oltre che nella melma) ma anche per il suo evidente valore didattico educativo.

Ancora una volta il messaggio che si può facilmente evincere da questa inchiesta (non serve neppure attendere le conclusioni del terzo grado, basta leggere le intercettazioni) è che in Italia si diventa ricchi e potenti facendo marchette e favori (mica pagando le tasse) se possibile a spese della collettività. Gli altri, onesti e sfigati, possono girare in metropolitana per ore.

Affrontare cantieri infiniti (chissà come mai…) e vivere nei palazzoni fuori dal raccordo e dalla tangenziale. Loro, i furbi, quelli con gli amici di manica larga che tanto decantano il governo del fare, possono avere appartamentoni vista Colosseo, auto di lusso e naturalmente escort da esibire nei locali vip. Tutto giusto…
Ma vediamo di riassumere questa vicenda. Un raggio di luce arriverà probabilmente dalle dichiarazioni dell’architetto Angelo Zampolini, che sarebbe intenzionato a collaborare con la Procura di Perugia, che ha rinunciato a chiederne nuovamente l’arresto. Sarebbe stato lui a consegnare parte degli assegni e dei soldi necessari a far funzionare gli ingranaggi della macchina messa in piedi dalla cricca Anemone.

Repubblica ci spiega che:
Ventuno contratti di appalto per oltre 100 milioni di euro, stipulati tra il settembre del 2002 e il novembre del 2009 con il solo Provveditorato alle opere pubbliche del Lazio, documentano in che misura il costruttore Diego Anemone fosse diventato, grazie anche alla decisiva sponda di Angelo Balducci, la “naturale” calamita delle commesse di Stato protette dal vincolo della “riservatezza”, aggiudicate con procedure d’urgenza e gare a invito.

Il Corriere della Sera invece si concentra sull’affare Scajola:
L’ipotesi è che a legare queste compravendite di case sia lo stesso appalto concesso al gruppo Anemone: la ristrutturazione del palazzo del Sisde—la sede degli 007 civili—in piazza Zama a Roma costata circa 11 milioni di euro. I lavori furono affidati nel 2002, cioè quando Scajola guidava il Viminale, da cui dipendeva il Sisde, e Pittorru era responsabile del settore logistico. Quelle abitazioni potrebbero essere la contropartita concessa da Anemone a chi lo aveva favorito nell’aggiudicazione. Del resto, la sua carriera era già in ascesa e da allora sono decine gli appalti pubblici che è riuscito ad accaparrarsi. Un lungo elenco sul quale si concentrano i controlli dei carabinieri del Ros e della Guardia di Finanza.

E indugia anche su un piccolo dettaglio…
E così ci si concentra sulla scuola di formazione degli 007 ai castelli romani, ma anche sulle carceri, sugli alloggi di prestigio di ministri e sottosegretari, sulla scuola dei corazzieri, su altre sedi «sensibili» che Anemone avrebbe costruito o ristrutturato grazie alla concessione del Nos, il nulla osta di sicurezza che la sua azienda aveva ottenuto.

Il Messaggero invece focalizza l’attenzione sui lavoratori clandestini che sarebbero stati utilizzati nei cantieri del G8 alla Maddalena:
Emerge intanto che nei cantieri per il G8 della Maddalena venivano impiegati lavoratori clandestini, con sospetti su possibili rischi terrorismo.

Il Tempo guarda alle agende della cricca, per scoprire che:
Figli, amici, parenti lontani e vicini. Chiunque per entrare a far parte dei lavori per i “grandi eventi”. Bastava conoscere la persona giusta al posto giusto. E il gioco era fatto.

Tiscali Cronaca riassume in maniera semplice ed efficace il giro d’affari mosso da questi personaggi:
I nuovi capitoli si aggiungono insomma continuamente alla vicenda della cricca, delinenado un quadro affaristico incredibile. Nel solo periodo da settembre 2002 a novembre 2009 – per esempio – il gruppo Anemone si aggiudicò ventuno contratti di appalto per oltre 100 milioni di euro. Grazie alla sponda offerta da Angelo Balducci, insomma, era diventato il destinatario di un gran numero di commesse di Stato. E ciò fa capire il ruolo di primo piano che il costruttore Anemone stava acquisendo nei grandi appalti pubblici, prima ancora che entrasse negli appalti della Protezione civile di Bertolaso (G8 della Maddalena, Mondiali di Nuoto, opere per i 150 anni dell’Unità d’Italia). I suoi clienti si chiamavano Senato della Repubblica, Presidenza del Consiglio dei Ministri, ministeri dell’Interno, della Giustizia, della Difesa e delle Finanze.