di Raniero La Valle
Con le grandi celebrazioni per Craxi, dieci anni dopo la sua morte in contumacia ad Hammamet, la destra berlusconiana ha rivendicato la sua vera ascendenza, dissipando gli equivoci che potevano essere stati ingenerati da precedenti annunci, o meglio da precedenti vanterie. I veri precursori di Berlusconi non sono né Sturzo – anche lui andato in esilio ma non come latitante – né De Gasperi – anche lui processato e condannato ma da un tribunale fascista – e tanto meno Aldo Moro che vittima sacrificale e martire della politica lo è stato davvero; il vero iniziatore dell’era berlusconiana è stato Bettino Craxi.
Lo è stato in un senso materiale, perché senza il decreto con cui il presidente socialista dette il potere televisivo alla Fininvest, Berlusconi non avrebbe potuto avere la fama ed i soldi per intraprendere la sua avventura politica; e lo è stao in senso politico, perché senza la demolizione dei grandi partiti di massa, la DC e il PCI, tenacemente perseguita da Craxi (che amava invece Proudhon), senza la decisiva sconfitta inflitta ai lavoratori con l’abolizione della scala mobile, senza la riforma in senso decisionista dei regolamenti parlamentari, e senza il precedente di un partito-spettacolo, con la sua corte, come ironizzava Formica, in cui c’erano meno politici che ballerine, un fenomeno come Forza Italia e un governo come quello che abbiamo non sarebbero stati possibili.
È chiaro che il movente della glorificazione postuma di Craxi (i discorsi, le strade, le celebrazioni TV) è stato tutto e immediatamente politico: si trattava di fare dell’esule di Hammamet la prima vittima ingiustificata caduta sotto i colpi di una magistratura uscita dalla soggezione al potere politico; si trattava di reclamare l’immunità del potere, esattamente come Craxi aveva fatto con due discorsi alla Camera, in cui non aveva negato i reati, ma li aveva trasformati in problemi politici; si trattava di rivendicare il diritto per i politici in carriera di sottrarsi in ogni modo – con la latitanza, con il legittimo impedimento, con i processi brevi o addirittura non celebrati – al giudizio di magistrati interpreti della legge ma non eletti dal popolo.
Per fare questa operazione era necessario montare la novità mediatica di un Craxi ingiustamente perseguitato, sorvolare sulle condanne da lui subite in regolari processi, e ignorare che i fatti a lui imputati non erano stati solo quelli del finanziamento illecito dei partiti, ma anche la corruzione e il lucro privato. Non c’era dunque da fare alcuna apologia; sicché anche la consolazione offerta da Napolitano nella sua lettera alla vedova di Craxi, secondo cui il peso della responsabilità per i fenomeni degenerativi del sistema politico era caduto su di lui “con durezza senza eguali”, è sembrata eccessiva.
Si è sostenuto però che, a parte la questione giudiziaria e il triste epilogo, Craxi deve essere ricordato per la sua opera di statista. Certo che in questa ci sono state, come pure è stato detto, luci ed ombre. Luce fu la difesa della sovranità nazionale che egli fece contro gli americani a Sigonella, ma notte fonda fu la sua caparbia decisione di fare installare i missili nucleari a Comiso. Con quell’atto l’Italia si sposava al demone nucleare, e diventava potenzialmente genocida (l’obiettivo assegnatole, se ci fosse stata la guerra, era l’Ungheria).
Si è lodata quella sua scelta; senza di lui i missili in Sicilia non ci sarebbero stati, e senza i missili a Comiso non ci sarebbero stati neanche i Pershing 2 in Germania perché, come poi si è saputo, la Germania, se fosse stata sola, non li avrebbe accolti. Può darsi, come molti dicono, che se quei missili non fossero stati messi, l’economia sovietica non sarebbe stata travolta dal dissesto per le spese della corsa agli armamenti, l’URSS non sarebbe crollata, e la guerra fredda non sarebbe finita.
Ma era davvero questo l’unico modo in cui la guerra fredda doveva finire? Non si erano avviati, proprio in quegli anni, diversi e più civili modi per uscire dalla contrapposizione dei blocchi?
Non si era avvistata, come possibile, la pace “in un mondo senza armi nucleari e non violento”, come diceva Gorbaciov?
E il mondo che è succeduto a quello che allora finì, questo mondo attuale senza guerra fredda ma con vere guerre perpetue e infinite, un mondo senza Marx ma anche senza Proudhon, è davvero un mondo migliore?
(25 gennaio 2010)
Credo che il berlusconismo, indubbiamente figlio del craxismo, possa essere un fenomeno politico legato all'uomo berlusconi. Pericoloso si, anzi pericolosissimo. Berlusconi, megalomane e bisognoso di cure psichiatriche come dice la oramai ex-moglie, è disposto a tutto pur di mantenere il potere. Anche ad instaurare una dittatura, come si evince dai suoi comportamenti. Grazie anche all'anagrafe finirà. Il craxismo invece è diventato un modo di fare politica da parte di quella che genericamente chiamiamo "casta". Fare politica facendo finta di farlo per "il bene comune" ma in realtà solo per la gestione del potere finalizzata unicamente ai propri interessi personali, utilizzando qualsiasi metodo, onesto o disonesto. Il craxismo è una ulteriore degenerazione culturale e valoriale della partitocrazia contrapposta alla democrazia. Credo purtroppo che il 90% dei nostri politici in carica ed aspiranti futuri leader, ovunque, siano craxisti.
Berlusconi è diventato ciò che è diventato perchè Craxi ha sistematizzato il vecchio doroteismo democristiano, andreottiano, secondo il celebre detto "il potere logora chi non ce l'ha".
Craxi ha fatto accettare come prassi politica il mentire spudoratamente, il cinismo, il disprezzo della democrazia, il diritto per i politici all'impunità. Il diritto per i politici di violare le leggi. Il rubare come status normale per un politico, di cui nessuno deve più scandalizzarsi, perchè tutti i politici, rubano. Altrimenti non si potrebbe fare politica.
Purtroppo il craxismo sopravviverà anche a Berlusconi.
Solo una grande rivoluzione culturale nelle nuove generazioni potrà abbatterlo.
A noi "vecchi" non rimane che ricordare che si può fare politica anche per spirito di servizio. Perchè si vorrebbe un mondo migliore e più giusto.
Ce l'hanno insegnato i nostri padri ed i nostri nonni. Quei quattro gatti che hanno resistito al fascismo quando la notte era appena iniziata e non se ne vedava la fine. Quando scelsero comunque di RESISTERE anche se pareva che non ci fosse nessuna speranza.
martedì 26 gennaio 2010
domenica 24 gennaio 2010
Vendola boccia Boccia e D'Alema.

Secondo i sondaggi sarebbe in netto vantaggio il presidente uscente.
La Puglia di sinistra sta con Vendola
Sembra schiacciante la vittoria di Nichi Vendola (Sel) su Francesco Boccia (Pd) nelle primarie del centro sinistra in Puglia: lo dicono - al momento - i primi dati, non ufficiali, che stanno arrivando nella 'Fabbrica' di Nichi, in via De Rossi, a Bari. Il clima della sede del comitato di Vendola e' di euforia.
Due anni fa, in pieno scandalo Unipol, il Signornò domandò cosa dovesse ancora fare Massimo D’Alema contro il centrosinistra per essere accompagnato alla porta. D’Alema ha risposto con i fatti. Nel giro di un mese ha riabilitato l’inciucio con Berlusconi, ha riabilitato per l’ennesima volta quel Craxi a cui 10 anni fa offrì addirittura i funerali di Stato e soprattutto ha devastato alla velocità della luce il centrosinistra nella sua Puglia, una delle poche regioni in cui il Pd conservava una vocazione maggioritaria.
Ha sacrificato il governatore Nichi Vendola sull’altare dell’Udc, ha lanciato al suo posto il sindaco appena rieletto di Bari Michele Emiliano senza passare per le primarie, poi l’ha cambiato in corsa con Francesco Boccia irridendo alle primarie, poi le ha riesumate (“le ho sempre volute”) ma a patto che le vinca Boccia, poi si è meravigliato del fatto che Vendola non si ritiri tutto giulivo dalla corsa. Infine, con l’aria di chi passa di lì per caso e vola alto su una distesa di cadaveri e macerie, ha commentato schifato: “Non ci capisco più niente”.
Il tutto in una regione dove non muove foglia che lui non voglia. La Volpe del Tavoliere, come lo chiama “il manifesto”, aveva già tentato di imporre Boccia quattro anni fa: purtroppo però le primarie le vinse Vendola. D’Alema, furibondo con gli elettori che non lo capivano, commentò: “La mia pazienza ha un limite” e scaricò il suo sarcasmo su Nichi: “Vincere le primarie è facile, battere Fitto è un’altra cosa”. Naturalmente Vendola battè Fitto. Allora Max gli diede una mano delle sue, regalandogli due assessori coi fiocchi: il vicepresidente Sandro Frisullo e il responsabile della Sanità, l’ex socialista Alberto Tedesco. Sarà un caso, ma il primo s’è scoperto cliente del pappone Giampi Tarantini, ras delle protesi sanitarie e fornitore privilegiato delle Asl pugliesi, esattamente come la famiglia di Tedesco, assessore in pieno conflitto d’interessi. Sia Frisullo sia Tedesco sono stati indagati dalla Procura e dimissionati da Vendola, che ha azzerato l’intera giunta. Tedesco è passato al Senato col Pd, cioè al sicuro, grazie al dalemiano Paolo De Castro, spedito a Strasburgo per liberargli il seggio.
Ora, dopo l’ennesimo passaggio dell’Attila di Gallipoli, si contano i morti e i feriti: Emiliano, uno dei sindaci più popolari d’Italia, deve far dimenticare l’autocandidatura e la richiesta di una legge ad personam per correre alla Regione senza lasciare il Comune; Boccia, dopo aver detto “primarie mai”, deve tentare di vincerle contro Vendola, il quale è riuscito a far dimenticare gli errori politici degli ultimi mesi (come la lettera aperta contro il pm Desirèe Di Geronimo che indaga sulla sua ex-giunta), ma ormai ha col Pd rapporti talmente conflittuali da rendere impossibile qualunque ricucitura. Sabato scorso, Max pareva avere finalmente capito: “In certi momenti – ha detto - un leader deve fare un passo indietro”. Ma l’illusione è durata poco: parlava di Vendola.
Marco Travaglio su Voglioscendere del 22 gennaio 2010.
Quegli spioni della mafia che "stavano a Roma"

Nicola Biondotutti sull'Unita' del 24 gennaio 2010
I guai di Cuffaro non finiscono con la condanna a 8 anni. Il prossimo 5 febbraio un’udienza preliminare potrebbe portarlo ad un nuovo processo. L’accusa è di concorso esterno in associazione mafiosa, inchiesta parallela al processo «Talpe» condotta dal pm Nino Di Matteo.
Vecchi amici L’ex governatore avrebbe intrattenuto rapporti con Cosa nostra fin dal ‘91 per ottenerne l’appoggio elettorale e su richiesta dei boss avrebbe promosso due candidature alle regionali del 2001, quelle di Mimmo Miceli e Giuseppe Acanto. Cuffaro avrebbe avuto rapporti con Maurizio Di Gati, capomafia di Agrigento, e Franco Bonura, arrestato nel 2006, membro del triumvirato che comandava Palermo. Di Gati afferma che nel 2001 l’ordine di Provenzano era di votare per lui. E lo slogan di Cuffaro dal titolo «la mafia fa schifo» fu accolto in Cosa nostra – dice Di Gati - come ipocrita «perché lui con la mafia ci aveva mangiato». Anche questa inchiesta parte dalla scoperta della rete informativa e occulta per la quale Cuffaro è stato condannato. Rete composta da politici e da due sbirri antimafia Giorgio Riolo, del Ros, e Giuseppe Ciuro della Finanza. Tutti al lavoro per carpire i particolari delle indagini in corso alla procura antimafia e informarne uno dei più potenti imprenditori isolani, Michele Aiello, prestanome di Binu Provenzano.
Tutto ha inizio nel 2002 con una “cantata” eccellente, quella del boss Nino Giuffré braccio destro dello zu Binu. Aiello - imprenditore edile e deus ex machina della sanità regionale – veniva informato da Ciuro, Riolo e Cuffaro delle inchieste in corso. Nella sua clinica, la Santa Teresa, gli investigatori cercano la mafia e scoprono una truffa milionaria di fatture gonfiate a danno della Regione, amministrata da Cuffaro. E poi ci sono le microspie piazzate nel salotto del boss Giuseppe Guttadauro. Che ignaro, parla di tutto: di politica, di campagne di stampa a favore dei picciotti - citando Il Foglio e Lino Iannuzzi - e di nomine negli ospedali. Tra i suoi protetti c’è Miceli, astro nascente dell’Udc, oggi condannato in appello per concorso esterno. Per la sentenza di ieri Miceli era il tramite tra Cuffaro e il boss. Nel giugno 2001 qualcuno lo informa delle intercettazioni e prima che bonifichi il suo appartamento le microspie captano un’ultima frase: «Allora aveva ragione Totò». Per i magistrati Totò è Salvatore Cuffaro. Il 5 novembre del 2003 finiscono in manette Aiello, Ciuro, Riolo e due segretarie della Procura. Le prove sono schiaccianti, confessano tutti.
Al telefono con Berlusconi Cuffaro chiede consiglio al premier Berlusconi. Che in una telefonata intercettata il 10 gennaio 2004 rassicura: «Io ho saputo... La ragione per cui ti telefono... il ministro dell’Interno... mi ha parlato e mi ha detto che tutta la... È tutto sotto controllo». La telefonata però non viene utilizzata e sfuma la possibilità di sapere chi da Roma poteva conoscere i particolari dell’inchiesta. Nonostante «le soffiate» del Premier, Cuffaro va a processo.
Angoli inesplorati Ci sono altre talpe. Ai magistrati lo ha detto chiaramente Michele Aiello: «È a Roma la fonte che ha informato il presidente Cuffaro delle vostre indagini...». Lo stesso Aiello ha goduto di notevoli protezioni. Il suo nome sfugge agli inquirenti due volte. La prima quando una squadra del Ros, di cui faceva parte Riolo, arresta Totò Riina: il boss in un suo pizzino lo cita. Nel 1996 Aiello compare in un altro pizzino, sequestrato sempre dal Ros, di Bernardo Provenzano. Nelle indagini finisce anche una misteriosa «struttura di coordinamento» e uno pseudonimo, Mike. Ne parlano, intercettati, gli stessi Ciuro e Riolo. Per gli inquirenti si tratta di un ufficio dei servizi, sparito dopo gli arresti, in contatto con l’entourage di Cuffaro e che informava i due poliziotti corrotti. Una rete perfetta. O quasi.
giovedì 14 gennaio 2010
Silvio, quanto ci costi!

Di Primo Di Nicola sull'Espresso del 13 gennaio 2010.
Conti fuori controllo, 1.400 dipendenti di troppo, milioni buttati per gli show del Cavaliere, segretarie pagate come direttori. Ecco come Berlusconi ha trasformato la presidenza del Consiglio in una reggia
Una vera reggia, dove si moltiplicano dipendenti e sprechi. Con oltre un miliardo di euro l'anno bruciato per alimentare una burocrazia di corte che si allarga a dismisura e conta già 1.400 persone più del previsto. Mentre per allestire i set televisivi degli show del sovrano si spendono cinque milioni e si arriva a pagare 250 euro il noleggio di un computer per una sola giornata. E dove ci sono segretarie con la stessa qualifica e retribuzione dei grandi capi. Una follia, impossibile da immaginare nell'Italia normale dove aziende ed enti pubblici tagliano e licenziano a tutto spiano per fare quadrare i conti. Ma non alla presidenza del Consiglio dove il miracolo si ripete nei piani più alti della nomenklatura berlusconiana. Prendete Marinella Brambilla, storica segretaria del Cavaliere che da oltre vent'anni custodisce la sua agenda. E confrontate il suo curriculum con Manlio Strano, autore di saggi su riviste giuridiche e persino del regolamento interno del Consiglio dei ministri, appena nominato dal governo consigliere della Corte dei Conti. Manlio Strano, dopo una lunga trafila al servizio dello Stato, è diventato segretario generale di Palazzo Chigi lo scorso aprile. La sua qualifica? Dirigente generale di prima fascia, il top della carriera pubblica. E indovinate qual è la qualifica della fedelissima Brambilla? Anche lei direttore generale. E la Brambilla non è la sola miracolata. Come lei sono state graziosamente elevate al rango di superdirigenti generali anche Lina Coletta, segretaria di Gianni Letta; Maria Serena Ziliotto, che assiste il sottosegretario alle Politiche per la famiglia Carlo Giovanardi e Patrizia Rossi, che tiene invece l'agenda del sottosegretario allo Sport Rocco Crimi.
Quella delle qualifiche-facili non è la sola anomalia in cui ci si imbatte scandagliando la giungla della presidenza del Consiglio. Ci sono plotoni di alti funzionari senza incarichi operativi che passano il tempo conducendo improbabili studi, mentre si continua a imbarcare nuovi assunti con pingui stipendi e striminziti curriculum. Secondo i dati che "L'espresso" è riuscito a reperire, a palazzo Chigi lavorano ben 4.500 persone, oltre 1.400 in più di quelle previste nella pianta organica, a dimostrazione del fatto che quella dei dipendenti è ormai una spesa fuori controllo.
La corte dei miracoli La corsa dei costi di Palazzo Chigi sembra infatti ormai inarrestabile: 3 miliardi 621 milioni nel 2006; 4 miliardi 280 milioni nel 2007; ancora di più, 4 miliardi 294 milioni, nel 2008. Soldi che se ne vanno per mille rivoli e che finanziano le strutture che sono proliferate sotto il governo Berlusconi tra uffici di diretta collaborazione (23) e dipartimenti retti da sottosegretari e ministri senza portafoglio: i centri di spesa in bilancio sono ben 19. Degli oltre 4 miliardi, più del 70 per cento se ne va per le cosiddette "politiche attive" dei dipartimenti, a cominciare dalla Protezione civile che da sola nel 2008 ha divorato 2.132 milioni. Quello che resta viene inghiottito dal funzionamento dell'apparato, degno di una corte barocca. L'organizzazione di Palazzo Chigi è molto ramificata tra uffici di staff del presidente (consigliere diplomatico, militare, eccetera), quelli sottoposti al segretario generale che assicurano il funzionamento della macchina (bilancio, controllo, voli di Stato, gestione degli immobili) e i dipartimenti retti da sottosegretari e da ben dieci ministri. Senza contare la miriade di comitati e commissioni di cui in molti casi solo con grande sforzi si ravvisa la necessità. È per finanziare questo immenso apparato che le spese hanno toccato la cifra record del 2008, mentre nulla ancora si sa sul rendiconto 2009 che potrebbe segnare un nuovo primato.
Si va in scena Gli italiani conoscono benissimo quanto Berlusconi sia attento alla cura della propria immagine. Non a caso organizza le sue uscite cercando di sfruttarle al meglio a fini televisivi. Quello che i cittadini ignorano è quanto questo costi alle casse di Palazzo Chigi. Per cominciare, il Cavaliere ha reclutato all'interno di una propria struttura ("ufficio del presidente") due personaggi con il compito di curare i suoi "eventi": Mario Catalano, idolo dei cultori del porno soft per essere stato lo scenografo di "Colpo Grosso", il primo spettacolo tv davvero scollacciato degli anni '80, e Roberto Gasparotti, ex teleoperatore Fininvest, cerimoniere dalle maniere forti e dai precedenti poco rassicuranti (vedi box nella pagina accanto) che come responsabile dell'immagine del premier lo precede preparando il "set" e bonificandolo persino dalle presenze sgradite. Ebbene, Gasparotti ha avuto anche lui la superqualifica di dirigente generale. Mentre per esaudire le esigenze sceniche del premier sta contribuendo non poco a fare impennare le spese. Qualche perla tra le tante. Il 29 settembre, l'Aquila, consegna di qualche centinaio di appartamenti ai terremotati in contrada Bazzano. Per Berlusconi è previsto un rigido programma: arrivo alle 15.30, saluti e discorso, poi consegna delle chiavi a tre famiglie.
Il tutto, naturalmente, sotto l'occhio delle telecamere che lo seguono passo passo grazie a un set attrezzatissimo. Attrezzatissimo ma anche molto costoso. Stando ai preventivi della "D and di lighting & truck", di cui "L'espresso" è entrato in possesso, la fornitura comprende tra l'altro telecamere, maxischermi, impianti elettrici e di illuminazione, e persino «tre personal computer completi di pacchetto office» al costo di 1.500 euro, cioè 500 euro a computer. Uno pensa: computer acquistati. Macché: i 1.500 euro sono il costo del noleggio, ben 500 euro a pc per sole 48 ore. Una follia che contribuisce allo scandaloso costo finale dell'"operazione case": oltre 300 mila euro, cifra con la quale si potevano costruire altri sei di quegli appartamenti da 50 metri consegnati quel giorno ai terremotati. E quella abruzzese non è la sola prestazione da vertigine della "D and di". Da mettemettere in bilancio per il 2009 ci sono anche gli oltre 110 mila euro delle attrezzature noleggiate per la cena in onore del Keren Hayesold United Israel appeal (agenzia internazionale che raccoglie fondi per sostenere Israele) a Villa Madama il 3 novembre: 10 mila euro se ne sono andati solo per l'impianto audio di un gruppo musicale, 4 mila per una troupe appositamente attivata per «seguire il presidente durante l'evento» e altri 700 euro per una sola «telecamera fissa su cavalletto da posizionare fronte president». Come pure i costi per l'incontro organizzato sempre a palazzo Madama il 6 maggio con gli industriali de "L'Italia del fare": quella cena, solo di apparecchiature è costata oltre 60 mila euro. Secondo quanto risulta a "L'espresso", dal suo insediamento (maggio 2008) alla fine di ottobre, cioè in 17 mesi, la gestione berlusconiana di questi eventi mediatici è costata quasi 5 milioni di euro: un'enormità a confronto dei 150 mila spesi da Romano Prodi per fronteggiare le stesse esigenze nei 25 mesi del suo ultimo governo. Ma così vanno le cose alla presidenza nella cui gestione finanziaria nessuno riesce a mettere becco.
Miracolo in busta paga Il bilancio di Palazzo Chigi è infatti totalmente autonomo e viene alimentato dal ministero dell'Economia attraverso un apposito fondo. E da questo tesoretto pesca la presidenza per fare fronte anche ai costi dei dipendenti che continuano a crescere anno dopo anno: 202 milioni nel 2005, 229 l'anno successivo, 237 nel 2007, oltre 246 nel 2008. Le ragioni dell'escalation? L'inarrestabile lievitare degli organici che non conosce tregua. All'inizio erano previste 3.063 persone: 368 dirigenti e 2.695 impiegati. Oggi al lavoro ne risultano invece ben 4.542. Con una particolarità: il numero esorbitante dei "comandati", cioè il personale chiamato da altri ministeri o amministrazioni pubbliche, che ormai sono 1.600 unità. La ragione di questa esplosione sta nel fatto che la presidenza, da semplice organo di coordinamento dell'attività di governo si è trasformata in un contenitore di sottosegretariati e ministeri senza portafoglio che hanno comportato l'istituzione di dipartimenti e staff. Risultato? Non potendo nemmeno assumere per concorso per il blocco imposto dalla Finanziaria, la presidenza si è riempita di comandati- raccomandati la cui presenza in molti casi va avanti anche da più di un ventennio. Le professionalità rappresentate sono le più diverse: ci sono persino segretari comunali e un cantoniere reclutato dal Comune di Paliano (Frosinone). Per non parlare poi dei militari e degli agenti di ogni arma e grado: 370 in tutto secondo la presidenza, oltre 500 secondo altri dati avuti da "L'espresso". Quando si parla di potenziare la lotta al crimine, spesso i sindacati più combattivi chiedono il ritorno sulle strade di questi "comandati". Ma l'impresa è difficilissima: l'impiego a palazzo Chigi è infatti molto ambito. Merito dell'"accessorio" che compensa in busta paga la flessibilità degli orari e la reperibilità anche nei giorni festivi: per un funzionario di categoria A consente di aggiungere alla retribuzione media di 3.100 euro fino ad altri mille euro lordi. Così come appetibili sono anche gli stipendi dei dirigenti il cui top - incluse tutte le voci - arriva a riscuotere mediamente 180 mila euro lordi l'anno. Tra le eccezioni, il capo dipartimento della Protezione civile Guido Bertolaso (ma lui è anche sottosegretario) che arriva a 280 mila e il segretario generale Manlio Strano che grazie all'indennità del suo ruolo raggiunge i 297 mila euro lordi.
Il bottino di Bettino: come e quanto rubava.

di Marco Travaglio, da "Il Fatto Quotidiano", 30 dicembre 2009
Al momento della morte, nel gennaio del 2000, Bettino Craxi era stato condannato in via definitiva a 10 anni per corruzione e finanziamento illecito (5 anni e 6 mesi per le tangenti Eni-Sai; 4 anni e 6 mesi per quelle della Metropolitana milanese). Altri processi furono estinti “per morte del reo”: quelli in cui aveva collezionato tre condanne in appello a 3 anni per la maxitangente Enimont (finanziamento illecito), a 5 anni e 5 mesi per le tangenti Enel (corruzione), a 5 anni e 9 mesi per il conto Protezione (bancarotta fraudolenta Banco Ambrosiano); una condanna in primo grado prescritta in appello per All Iberian; tre rinvii a giudizio per la mega-evasione fiscale sulle tangenti, per le mazzette della Milano-Serravalle e della cooperazione col Terzo Mondo.
Nella caccia al tesoro, anzi ai tesori di Craxi sparsi per il mondo tra Svizzera, Liechtenstein, Caraibi ed Estremo Oriente, il pool Mani Pulite ha accertato introiti per almeno 150 miliardi di lire, movimentati e gestiti da vari prestanome: Giallombardo, Tradati, Raggio, Vallado, Larini e il duo Gianfranco Troielli & Agostino Ruju (protagonisti di un tourbillon di conti e operazioni fra HongKong e Bahamas, tuttora avvolti nel mistero per le mancate risposte alle rogatorie). Finanziamenti per il Psi? No, Craxi rubava soprattutto per sé e i suoi cari. Principalmente su quattro conti personali: quello intestato alla società panamense Constellation Financière presso la banca Sbs di Lugano; il Northern Holding7105 presso la Claridien Bank di Ginevra; quello intestato a un’altra panamense, la International Gold Coast, presso l’American Express di Ginevra; e quello aperto a Lugano a nome della fondazione Arano di Vaduz. “Craxi – si legge nella sentenza All Iberian confermata in Cassazione - è incontrovertibilmente responsabile come ideatore e promotore dell’apertura dei conti destinati alla raccolta delle somme versategli a titolo di illecito finanziamento quale deputato e segretario esponente del Psi. La gestione di tali conti… non confluiva in quella amministrativa ordinaria del Psi, ma veniva trattata separatamente dall’imputato tramite suoi fiduciari… Significativamente Craxi non mise a disposizione del partito questi conti”. Su Constellation Financiere e Northern Holding - conti gestiti dal suo compagno di scuola Giorgio Tradati - riceve nel 1991-‘92 la maxitangente da 21 miliardi versata da Berlusconi dopo la legge Mammì. Sul Northern Holding in cassa almeno 35 miliardi da aziende pubbliche, come Ansaldo e Italimpianti, e private, come Calcestruzzi e Techint.
Nel 1998 la Cassazione dispone il sequestro conservativo dei beni di Craxi per 54 miliardi. Ma nel frattempo sono spariti. Secondo i laudatores, Craxi fu condannato in base al teorema “non poteva non sapere”. Ma nessuna condanna definitiva cita mai quell’espressione. Anzi la Corte d’appello di Milano scrive nella sentenza All Iberian poi divenuta definitiva: “Non ha alcun fondamento la linea difensiva incentrata sul presunto addebito a Craxi di responsabilità di ‘posizione’ per fatti da altri commessi, risultando dalle dichiarazioni di Tradati che egli si informava sempre dettagliatamente dello stato dei conti esteri e dei movimenti sugli stessi compiuti”. Tutto era cominciato “nei primi anni 80” quando – racconta Tradati a Di Pietro – “Bettino mi pregò di aprirgli un conto in Svizzera. Io lo feci, alla Sbs di Chiasso, intestandolo a una società panamense (Constellation Financière, ndr). Funzionava cosí: la prova della proprietà consisteva in una azione al portatore, che consegnai a Bettino. Io restavo il procuratore del conto”. Su cui cominciano ad arrivare “somme consistenti”: nel 1986 ammontano già a 15 miliardi. Poi il deposito si sdoppia e nasce il conto International Gold Coast, affiancato dal conto di transito Northern Holding, messo a disposizione dal funzionario dell’American Express, Hugo Cimenti, per rendere meno identificabili i versamenti. Anche lí confluiscono ben presto 15 miliardi. Come distinguere i versamenti per Cimenti da quelli per Tradati, cioè per Craxi? “Per i nostri – risponde Tradati – si usava il riferimento ‘Grain’. Che vuol dire grano”. Poi esplode Tangentopoli. “Il 10 febbraio ‘93 Bettino mi chiese di far sparire il denaro da quei conti, per evitare che fossero scoperti dai giudici di Mani pulite. Ma io rifiutai e fu incaricato qualcun altro (Raggio, ndr): so che hanno comperato anche 15 chili di lingotti d’oro… I soldi non finirono al partito, a parte 2 miliardi per pagare gli stipendi”. Raggio va in Svizzera, spazzola il bottino di Bettino e fugge in Messico con 40 miliardi e la contessa Vacca Agusta. I soldi finiscono su depositi cifrati alle Bahamas, alle Cayman e a Panama.
Che uso faceva Craxi dei fondi esteri? “Craxi – riepilogano i giudici – dispose prelievi sia a fini di investimento immobiliare (l’acquisto di un appartamento a New York), sia per versare alla stazione televisiva Roma Cine Tv (di cui era direttrice generale Anja Pieroni, legata a Craxi da rapporti sentimentali) un contributo mensile di 100 milioni di lire. Lo stesso Craxi, poi, dispose l’acquisto di una casa e di un albergo [l’Ivanohe] a Roma, intestati alla Pieroni”. Alla quale faceva pure pagare “la servitú, l’autista e la segretaria”. Alla tv della Pieroni arrivarono poi 1 miliardo da Giallombardo e 3 da Raggio. Craxi lo diceva sempre, a Tradati: “Diversificare gli investimenti”. Tradati eseguiva: “Due operazioni immobiliari a Milano, una a Madonna di Campiglio, una a La Thuile”. Bettino regalò una villa e un prestito di 500 milioni per il fratello Antonio (seguace del guru Sai Baba). E il Psi, finito in bolletta per esaurimento dei canali di finanziamento occulto? “Raggio ha manifestato stupore per il fatto che, dopo la sua cessazione dalla carica di segretario del Psi, Craxi si sia astenuto dal consegnare al suo successore i fondi contenuti nei conti esteri”.
Anche Raggio vuota il sacco e confessa di avere speso 15 miliardi del tesoro craxiano per le spese della sua sontuosa latitanza in Messico. E il resto? Lo restituì a Bettino, oltre ad acquistargli un aereo privato Sitation da 1,5 milioni di dollari e a disporre –scrivono i giudici– “bonifici specificatamente ordinati da Craxi, tutti in favore di banche elvetiche, tranne che per i seguenti accrediti: 100.000 dollari al finanziere arabo Zuhair Al Katheeb” e 80 milioni di lire(«$ 40.000/s. Fr. 50.000 Bank of Kuwait Lnd») per “un’abitazione affittata dal figlio di Craxi (Bobo, ndr) in Costa Azzurra”, a Saint-Tropez, “per sottrarlo - spiega Raggio - al clima poco favorevole creatosi a Milano”. Anche Bobo, a suo modo, esule.
Quando i difensori di Craxi ricorrono davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo, nella speranza di ribaltare la condanna Mm, vengono respinti con perdite. “Non è possibile – scrivono i giudici di Strasburgo il 31 ottobre 2001 – pensare che i rappresentanti della Procura abbiano abusato dei loro poteri”. Anzi, l’iter dibattimentale “seguí i canoni del giusto processo” e le proteste dell’imputato sulla parzialità dei giudici “non si fondano su nessun elemento concreto… Va ricordato che il ricorrente è stato condannato per corruzione e non per le sue idee politiche”.
venerdì 1 gennaio 2010
Antimafia Duemila - Dono di Natale per Giuseppe Graviano: revocato l'isolamento diurno
Antimafia Duemila - Dono di Natale per Giuseppe Graviano: revocato l'isolamento diurno: "ANTIMAFIA Duemila :: Informazione su Cosa Nostra e organizzazioni criminali connesse"
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