lunedì 23 agosto 2010

Processo breve.


Da Giornalettismo del 22 agosto 2010.


A che serve il processo breve? A salvare Silvio Berlusconi dai processi Diritti Tv-Mediaset e Mills, attualmente congelati dal legittimo impedimento che però presto finirà alla Corte Costituzionale per il giudizio di legittimità: e il rischio di una bocciatura è grande. L’analisi è di Luigi Ferrarella nelle pagine degli editoriali del Corriere della Sera che, con l’esperienza del cronista giudiziario di lungo corso, ci spiega senza sconti i termini della situazione.

FERMATE I PROCESSI – “Il processo giusto e ragionevole ce lo chiede l’Europa, non è un capriccio della maggioranza”, dice Silvio Berlusconi, e Ferrarella fa notare come l’Europa, però, ci chieda anche insistentemente e con varie sentenze condizioni più umane per i nostri carcerati, pressati in sei in celle da tre persone; ma nessun decreto legge urgente in merito sta venendo messo all’ordine del giorno per ovviare a questo problema. Dunque, le ragioni dell’accelerazione sul processo breve sono altre: secondo Enrico Musso, parlamentare del PdL, “è un’ipocrisia non ammettere che c’è un’agenda nascosta per tutelare il premier dai suoi processi”. Dunque lo sanno, lo dicono e lo fanno. Quali processi. però? E come può il ddl sul processo breve fornire l’ennesimo scudo al Presidente del Consiglio?

NORMA RETROATTIVA – “La mina sotto l’intero sistema”, continua Ferratella, “è la norma transitoria retroattiva che, solo per i processi in primo grado commessi prima del 2 maggio 2006, ne determinerebbe l’estinzione non dai due anni dall’inizio del dibattimento, e neanche dal rinvio a giudizio, ma dalla addirittura dalla richiesta del Pm del rinvio a giudizio”: e sarebbero inclusi in questa categoria, ovvero quella dei processi per cui è stato richiesto il processo prima del 2 maggio 2006, appunto i due procedimenti diritti tv-Mediaset, per cui il Pm ha chiesto di poter procedere nell’aprile 2005, e Mills, richiesta fatta nel marzo 2006. Due vertenze una più spinosa dell’altra: ad esempio secondo l’accusa, nel caso Mediaset-diritti Tv, fiduciari per conto di Silvio Berlusconi compravano mediante società offshore film americani, rivendendoli poi a società gemelle fino alla vendita finale a Mediaset. In ognuno di questi passaggi l’importo per l’acquisto aumentava, e accantonando le differenze Mediaset fu in grado di accumulare quel patrimonio in fondi neri finito sotto attenzione della magistratura nel caso All-Iberian. Berlusconi in prima persona si sarebbe intascato ben 280 milioni di euro, esente tasse e in frode agli azionisti (dunque, un falso in bilancio).

E LA PARTE OFFESA? – Dunque, continua Ferratella, per tutelare i suoi affari, Berlusconi, timoroso di una nuova bocciatura in Corte Costituzionale, “punta ora su un’altra legge che, oltre ad estinguere i suoi, azzererà però anche talmente tante altre migliaia di processi che ministero della Giustizia e magistrati, pur litigando a colpi di pseudostatistiche, non sono capaci di quantificare”. E se “dietro a ciascun processo” resterà “un imputato esente da giudizio”, bisognerebbe ricordarsi però, conclude il Corriere, che in ogni vicenda giudiziaria c’è anche “una parte offesa, privata” in questo modo “di giustizia e dirottata verso improbabili cause civili”; parte offesa verso la quale bisognerebbe comportarsi con più rispetto, prevedendo magari “scelte organizzative” che assicurino una “sentenza più breve”, e non la promessa “non del processo, ma del suo certificato di estinzione”.

martedì 17 agosto 2010

LA MAFIA CHE GOCCIOLA DAI POLSINI DEL RE.



Giulio Cavalli sul Blog dell'Italia dei Valori del 15 agosto 2010.

La notizia dei 100 milioni versati da Silvio Berlusconi alla mafia, contenuta nel foglio dattiloscritto e controfirmato da Vito Ciancimino, secondo quanto scritto da Felice Cavallaro sul Corriere della Sera, sarebbe una notizia solo in un Paese con la memoria andata in prescrizione… dove un Governo ricattabile gioca a confondere i fatti con le opinioni, e a curare il cancro delle mafie con i cerotti. Quindi è una notizia.
Eppure, nell’Italia dell’informazione trasformata in vassoio per raccogliere le bave del re, l’ultima rivelazione di Massimo Ciancimino (e per la prima volta, di sua madre Epifania Scardino) è passata come una brezza di ferragosto, perfettamente inscatolata tra i “complotti” e le “invenzioni” che sono la ciclica difesa del fedele Ghedini a tutela servile del premier. Non importa nemmeno che l’anziana moglie di Don Vito dica «Si, mio marito incontrava negli anni Settanta Berlusconi a Milano… Ma alla fine si sentì tradito dal Cavaliere…». Eppure di un assegno di 25 milioni dato dal Cavaliere ai Ciancimino se ne parla ormai da sei anni, dopo un’intercettazione in cui il figlio Massimo parla della regalia berlusconiana alla sorella dichiarando di avere ricevuto quei soldi direttamente dalle mani di Pino Lipari. Sarebbe una notizia, in un Paese normale. In questo ferragosto di battibecchi e divorzi è diventata invece una voce di corridoio.
O forse non è una notizia perché la memoria non si è appassita come qualcuno vorrebbe e ci si ricorda che nel processo Dell’Utri si legge che ogni anno arrivavano milioni in regalo direttamente da Arcore. Dichiarazioni di più pentiti ma (poiché il cecchino Feltri ci insegna che solo la “carta canta”) anche ben documentati: durante le indagini negli anni novanta sulla famiglia mafiosa di San Lorenzo infatti si ritrova un appunto nel libro mastro del pizzo che dice “Can 5 5milioni reg”. O forse ci si ricorda perfettamente che i fratelli Graviano furono spediti a Milano a partire dal ’92 dove “avevano contatti importanti” e dove incontrarono più volte anche Marcellino Dell’Utri. Lo dice il pentito Gaspare Spatuzza ma (siccome vi diranno che Spatuzza non è credibile e i pentiti non possono deviare il corso della politica) lo dice anche l’ex funzionario della DC Tullio Cannella, politico per nulla pentito. E ci si ricorda che Gaetano Cinà, uomo d’onore della famiglia di Malaspina (un clan vicinissimo a Provenzano), visitava spesso gli uffici di Milano 2, e che l’ex fattore di Arcore, Vittorio Mangano sia un condannato mafioso con il tratto per niente eroico della vile omertà.
Nonostante il premier si affanni a scrivere pizzini a Cicchitto in cui gli raccomanda in Aula di parlare di mafia (avendo già altri nel partito che si occupano a parlare “con la mafia”), nonostante anche nel centrosinistra qualcuno insista per scambiare la mafia come sceneggiatura buona per le fiction piuttosto che cancro delle istituzioni, oggi Cosa Nostra può guardare dall’alto i frutti della propria strategia di tensione e poi cooperazione con le istituzioni: tra il ’95 e il 2001 sono state approvate alcune leggi che sono fatti, mica opinioni. Sono state chiuse le carceri di massima sicurezza di Pianosa e dell’Asinara. Con la scusa della privacy si è imposta la distruzione dei tabulati telefonici più vecchi di cinque anni. In modo bipartisan è stata riformata la legge sui collaboratori di giustizia con il risultato di una diminuzione sensibile dei pentiti (calpestando il modello di Falcone e Borsellino). Si è pressoché smantellato il 41 bis e con la riforma del “giusto” processo si è concessa la facoltà di non rispondere, elevando l’omertà ad un (eroico) diritto di stato. Alcuni parlamentari hanno anche provato a parlare di “dissociazione” mafiosa. Il ministro Alfano ha proposto una riforma che consentirebbe alle difese di chiamare in tribunale un numero illimitato di testimoni, per ingolfare ancora meglio la palude dei processi. L’onorevole Gaetano Pecorella ha proposto il ricorso alla Convenzione Europea per la revisione dei processi (guarda caso, idea del vecchio Vito Ciancimino per annullare la sentenza del maxi processo di Palermo). Sempre ricalcando l’idea del vecchio boss Don Vito la Lega propone l’elezione dei giudici. Ad abbattere le difficoltà del riciclaggio ci ha pensato lo “scudo fiscale”.
Cosa dobbiamo aspettare perché sia un diritto (e soprattutto un dovere) raccontare e dire del rapporto adultero tra le mafie e questa Seconda Repubblica? Quando si riuscirà a gridare che il marcio di questo Stato sta uscendo dai polsini dei nostri governanti?
Mafia é mafia. Senza sinonimi, senza moderazioni.

martedì 27 luglio 2010

QUANDO LA REALTA' POLITICA SUPERA ANCHE LA FICTION CINEMATOGRAFICA.

Da Signore e Signori Buonanotte. Regia episodio di Ettore Scola - 1976.

giovedì 22 luglio 2010

martedì 20 luglio 2010

A Cesare quel che è di Cesare.



Aldo Lobina su Democrazia Oggi del 21 luglio 2010.

Non sono il solo ad avere l’impressione di vivere in un mondo rovesciato. I grossi affari attirano da sempre l’attenzione di gruppi economici rapaci, che cercano di assicurarsene i ricavi.
Le grandi opere, dal G8 alla ricostruzione post terremoto, l’affare Eolico generano o promettono di generare, accanto a realizzazioni concrete, proventi che vengono parzialmente reinvestiti per procurare col consenso politico una classe di governo “amica” incline a garantire continuamente quel mondo economico, che poi detta le regole, anche le più alte, per lo più inique. La democrazia rappresentativa, mortificata da una legge elettorale “porcellina” non ha in sè e non può avere - per sua intrinseca natura - la forza morale di opporsi a questa degenerazione, perché ne è figlia. I deputati e i senatori non li sceglie il popolo, ma i partiti, e dentro i partiti quelli che in genere rispondono a queste catene “alimentari” . Il sistema è complesso e molto articolato, si giova di punti di riferimento negli ospedali, nelle università, nella pubblica amministrazione, compresa la magistratura e nel mondo delle professioni, anche religiose. Infatti trova perfino collateralità in certe istituzioni ecclesiastiche cattoliche, che si trovano invischiate, magari in buona fide. Non meraviglia più nessuno che esista davvero una loggia segreta P3.
Al peggio,si sa, non c’è mai fine. E in numero tre, per quanto perfetto, ne conta molti dietro di sé e ne ha troppo pochi davanti. Abbiamo l’impressione che la classe politica non abbia né la forza né la volontà di cambiare rotta. Sta bene ai partiti, evidentemente anche a quelli che si richiamano al centro sinistra, poter scegliere i deputati che prima che al popolo rispondano ai partiti stessi. Occorrerebbe ripensare i partiti, prima di ogni altra cosa. Seriamente.
In Sardegna l’affare Eolico lambisce lo stesso presidente della regione, chiamato dalla magistratura a dare spiegazioni. Berlusconi ha scelto Cappellacci per governare la Sardegna e i Sardi hanno ratificato la scelta. Procurano dispiacere le frequentazioni del delfino troppo fisicamente vicine a faccendieri intraprendenti. Un vecchio adagio dettato dalla saggezza popolare recita “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”. Evidentemente non bastano certe frequentazioni per delinquere; nessuno è responsabile se in forza del suo lavoro o della sua carica viene avvicinato da persone di non specchiate virtù, non proprio raccomandabili, ma capaci di raccomandare. Quello che importa è mantenere una dirittura morale (che aggettivo demodé!), non acconsentire a intrallazzi che ne promettono altri.
A chi scrive - e forse anche a chi legge - viene una considerazione spontanea: Se Scaiola, Verdini, Brancher, Cosentino, Dell’Utri, Previti e lo stesso presidente del Consiglio del quale costoro sono stati o sono strettissimi sodali sono persone che hanno lavorato e lavorano per il bene comune, allora sono degni di amministrare in nome del popolo, e chi si oppone loro fraudolentemente (fosse anche la stessa magistratura) attenta allo stato di diritto, non solo ai diritti di elettorato passivo delle persone nominate. Ma se così non è, siamo nella situazione diametralmente opposta, quella in cui sarebbe l’illegalità ad essere sdoganata e a governare!
Di consorterie in Italia e in Sardegna ce ne sono molte, è quasi uno sport nazionale. Il clientelismo stesso è una forma di corte, che accompagna ogni espressione di potere anche comunale. Esso è quasi connaturato col potere che per sua natura tende a perpetuarsi. Nessuna amministrazione può esistere e reggersi ignorando questo sistema, che tende a favorire gli amici o quelli di cui ci si può fidare. Il problema sta nel salvaguardare sempre e in ogni caso i diritti di tutti e non solo quelli degli amici. La logica dell’affiliazione piace, solletica lo spirito di appartenenza a qualcosa di esclusivo . Dalla croce rossa alla protezione civile volontaria, dai boy scouts al club bocciofilo, ai Lyons e ai Rotary, alle diverse organizzazioni sportive, passando per le variegate associazioni a carattere confessionale fino all’opus dei. L’unione fa la forza , aiuta a perseguire i fini di istituto, che in genere sono evidenti, palpabili. Aiuta nella buona considerazione di sé. Non sono in discussione questo tipo di associazioni, oserei dire neanche quelle più chiaramente clientelari, stampelle dei potenti. Se non è tutta una montatura artatamente studiata per colpire con gli amici lo stesso presidente del Consiglio allora questa seconda repubblica annaspa in mezzo ad una questione immorale che mina le istituzioni. Non c’è giorno che non si scopra il malaffare, che corrotti e corruttori non occupino le cronache della nostra vita quotidiana. Che non vi sia l’assalto alla diligenza, l’arrembaggio di pirati con o senza gamba di legno, con o senza bandana: oggi a farti tacere, domani… E’ costretta ad intervenire perfino la prestigiosa organizzazione internazionale, l’Onu, per osservare che la legge sulle intercettazioni - che nasconderebbe molto di questo marciume - non va bene e deve essere modificata prima di essere promulgata. Mentre il nostro ministro degli Esteri diplomaticamente si dichiara sorpreso e sconcertato…. e noi con lui!
Se le notizie provenienti dalle indagini dei Carabinieri a proposito delle ventilate vicende sarde saranno confermate dagli opportuni controlli giudiziari, i nostri professori di storia aggiungeranno nei vocabolari un altro significato del cesaropapismo, senza alcun riferimento al capo della chiesa cattolica questa volta.
A Cesare quel che è di Cesare

sabato 17 luglio 2010

ANCORA NON BASTA?



Da Portale News del 17 Luglio 2010.

Che altro deve succedere? "Cesare" - come lo chiamavano nel loro codice Flavio Carboni, Marcello Dell'Utri e soci - sapeva tutto.
«Cesare», cioè Silvio Berlusconi, il capo del governo di questo Paese, sapeva dei ricatti, delle minacce, dei falsi dossier confezionati per screditare candidati non graditi alla Cupola. La scelta del nome il codice è il dettaglio che fa luce sulla scena: Basso impero, scrivemmo molti mesi fa. Qualcosa di peggio. L'imperatore, diceva sua moglie. Nerone, e non più nella versione grottesca di Petrolini. Una china irreversibile in cui avidità e delirio di onnipotenza trascinano il corpo lacero della democrazia. Cosa serve ancora perché sia chiaro anche a chi lo ha votato che al posto di un governo la maggioranza degli italiani ha eletto un losco, impunito, pericolosissime comitato d'affari che opera nell'illegalità assoluta - criminale, dunque - e che agisce al solo scopo di favorire la sua impunità, appunto, i suoi interessi e quelli delle lobbies di riferimento che in questo caso non sono solo petrolieri e signori delle armi ma, prima ancora e insieme, mafia, 'ndrangheta, camorra.

Cesare sta portando il paese intero ad una condizione terminale di malattia, un cancro in metastasi che non sappiamo più se sia possibile fermare tagliando, togliendo - non basterebbero le dimissioni di una o due delle persone coinvolte, e comunque neanche questo accade. Ci sarebbe piuttosto da augurarsi, come accade per gli incurabili, una fine rapida, una morte che sia di sollievo. Ma cosa succede se a morire non è una persona ma un sistema di garanzie e di regole, un paese intero, la nostra Repubblica: è ugualmente lecito augurarsi la sua fine senza temere conseguenze imprevedibili? Abbiamo gli anticorpi necessari - e gli strumenti, la forza, la capacità - per gestire all'interno del processo democratico una così drammatica e invasiva crisi di putrefazione del sistema?

Qualche settimana fa questo giornale ha dedicato la copertina a Licio Gelli, "chi si rivede" era il titolo, ed ha per l'ennesima volta raccontato come questa classe politica sia figlia di quel progetto eversivo. Berlusconi-Cesare allora era un giovane affiliato così come molti dei suoi uomini. Abbiamo raccontato a chi ha meno di trent'anni cosa sia stata e cosa sia ancora la P2 senza curarci degli occhi al cielo e dei sospiri di sufficienza di chi ogni volta commisera la nostra ostinazione: "ancora la P2, che noia". Altri si sono mostrati più interessati. El Pais ci ha chiesto un lungo articolo sul tema, diffuso in Nord e in Sud America; alcune prestigiose università americane ci hanno domandato di incontrare gli studenti e i loro docenti per raccontare questa storia. Oggi alla cricca composta da alcuni sottosegretari di governo, da uomini di Berlusconi condannati per mafia, da faccendieri già attivissimi nei giorni del crac del Banco Ambrosiano oltre che da referenti della camorra e della 'ndrangheta i giornali danno il nome di P3. E' diversa, questa P3 dalla P2: è come se ne avesse mutuato solo il codice di comportamento - la corruzione, il ricatto, l'uso dei dossier per screditare gli avversari: è una banda che fa i suoi affari, parla in codice e in dialetto, non ha neppure la grandezza criminale di un disegno eversivo. Solo soldi, benefici privati, favori. Non abbiamo più nemmeno i golpisti di una volta. Cesare ha provato a risolvere il problema come fa sempre: occultandolo. Ecco l'urgenza della legge bavaglio. Non ha fatto in tempo, e di nuovo minaccia.

venerdì 16 luglio 2010

Milano, 'ndrangheta


Quasi trecento arresti, oltre 160 aziende inquisite per mafia, sequestrati immobili, terreni, conti bancari e quote societarie, oltre ad armi e droga, per centinaia di milioni di euro in Italia e all'estero, dalla Lombardia alla Calabria, fino in Canada.

Paolo Biondanisull'Espresso del 17 luglio 2010.

La maxi-inchiesta che sta portando in carcere intere famiglie della 'ndrangheta, insieme a decine di insospettabili imprenditori, politici e funzionari anche del Nord, rivela per la prima volta come sono cambiati i modelli organizzativi della mafia calabrese, l'organizzazione criminale più segreta e impermeabile.

Oggi anche la 'ndrangheta ha una commissione direttiva centrale che ricorda la Cupola di Cosa Nostra ed è articolata in tre grandi "mandamenti" e decine di "locali" territoriali non solo in Calabria, ma anche in Lombardia. Dove la 'ndrangheta, dopo il sequestro Sgarella, si è ormai trasformata in mafia imprenditrice, in grado di controllare interi settori dell'economia, come l'edilizia e gli appalti stradali, le bonifiche e i rifiuti, di sistemare propri uomini ai vertici della sanità regionale, condizionare le elezioni dirottando voti verso politici complici o conniventi, spiare le inchieste in tempo reale attraverso la corruzione sistematica di rappresentanti delle forze dell'ordine.

La cupola lombarda
A segnare la svolta nella storia criminale della 'ndrangheta è l'omicidio di Carmine Novella, ufficialmente un ricco imprenditore dell'edilizia e ristorazione, che è stato assassinato da due killer in pieno giorno, il 14 luglio 2008, in un bar di San Vittore Olona, tra Milano e Varese. Le indagine dei pm di Milano e Reggio Calabria, fondate soprattutto su quelle intercettazioni ambientali che il governo Berlusconi ora progetta di limitare massicciamente, mostrano che Novella era diventato il massimo rappresentante della sotto-cupola che riunisce le famiglie mafiose calabresi trapiantate in Lombardia. Una federazioni di cosche, chiamata "la Lombardia", che funzionava come una "camera di controllo" per spartirsi gli affari leciti e illeciti e puntava anche a inserirsi negli affari miliardari dell'Expo, acquisendo grosse imprese attraverso prestanome. Novella, stando alle indagini, è stato ammazzato per uno sgarro legato a una sorta di federalismo mafioso: il boss teorizzava che le cosche trapiantate da decenni al Nord erano diventate tanto ricche e potenti da poter ormai staccarsi dalle famiglie originarie radicate in Calabria. Dopo l'omicidio di Novella, il nuovo rappresentante della sotto-cupola lombarda è diventato Giuseppe Neri, la cui designazione è stata ricostruita interamente dalle indagini. Filmati e intercettazioni dei carabinieri di Monza e della polizia di Reggio Calabria hanno ricostruito in diretta circa quaranta vertici tra boss mafiosi in Aspromonte, alla Madonna dei Polsi. Intercettato anche un summit a Paderno Dugnano, in un locale paradossalmente intitolato alla memoria di Falcone e Borsellino, dove i capi-mafia della Lombardia hanno eletto per alzata di mano, all'unanimità, il "mastro generale" Pasquale Zappia.

Mafia imprenditrice
I capitoli più inquietanti della maxi-inchiesta coordinata dal procuratore Giuseppe Pignatone e dall'aggiunto milanese Ilda Boccassini documentano la massiccia infiltrazione della 'ndrangheta nelle imprese del Nord. Almeno 160 aziende sono state agganciate con l'usura e le estorsioni fino ad essere svuotate dall'interno: i vecchi proprietari sono stati costretti a svendere, portati al fallimento o trasformati in prestanome, utilissimi per conquistare appalti pubblici senza destare sospetti. Emblematico il caso della Perego general contractor, una grossa azienda lecchese che, dopo una grave crisi, è finita sotto il controllo del clan Pelle-Strangio. Tra gli arrestati compaiono circa 160 imprenditori presunti mafiosi, ma nelle intercettazioni i boss dicono di poter contare su "circa 500 unità".

Voti mafiosi, talpe e corruzione
Tra i tanti insospettabili finiti in manette in Lombardia compaiono anche Carlo Antonio Chiriaco, manager calabrese nominato direttore sanitario dell'Asl di Pavia, Francesco Bertucca, imprenditore edile del Pavese e Rocco Coluccio, biologo e manager privato trapiantato a Novara. Su indicazione di Chiriaco, il boss Pino Neri ha ordinato ai suoi uomini di far incanalare i voti delle famiglie a favore di Giancarlo Abelli, uomo forte della sanità lombarda e parlamentare pavese del Pdl, non indagato perché fino a prova contraria inconsapevole. Un assessore comunale di Pavia, Pietro Trivi, è invece indagato per corruzione elettorale, mentre l'ex assessore provinciale milanese Antonio Oliviero è inquisito per tangenti e bancarotta. Sotto inchiesta anche quattro carabinieri di Rho, il comune sede della futura Expo dove aveva la sua base il defunto boss Novella. Uno dei quattro militari avrebbe sistematicamente passato notizie alle cosche in cambio di tangenti da mille e tremila euro. Di certo i boss mostravano di conoscere l'inchiesta già dal 2008 e si preoccupavano: «Con la Boccassini non la scampiamo». Le dimensioni dell'inchiesta spiazzano le autorità milanesi. Nei mesi scorsi, accogliendo la commissione parlamentare antimafia, il prefetto Gian Valerio Lombardi si era sbilanciato a sostenere che «a Milano la mafia non esiste».
Il sindaco Letizia Moratti si è sempre opposta alle richieste dell'opposizione di creare anche a Palazzo Marino una commissione d'indagine sulle infiltrazioni mafiose in vista dell'Expo. Mentre la giunta Formigoni dovrebbe chiarire chi abbia proposto la nomina del presunto colletto bianco della 'ndrangheta ai vertici della sanità di Pavia. Dagli atti delle indagini emergono decine di piste investigative su possibili infiltrazioni della 'ndrangheta nella politica e nelle istituzioni, oltre che negli affari. L'inchiesta è tutt'altro che chiusa.

martedì 6 luglio 2010

Sette anni, ne dimostra di piu'.

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano del 29 giugno 2010.


Dunque, anche per la Corte d’appello di Palermo, Marcello Dell’Utri è un mafioso. Dopo cinque giorni di battaglia in camera di consiglio, i giudici più benevoli che lui abbia mai incontrato hanno stabilito quanto segue: fino al 1992, prima in casa Berlusconi, poi nella Fininvest, poi in Publitalia, ha sicuramente lavorato per Cosa Nostra...


...(la vecchia mafia dei Bontate e Teresi, e la nuova mafia dei Riina e Provenzano) e contemporaneamente per il Cavaliere palazzinaro, finanziere, editore, tycoon televisivo.

Dopo il 1992, cioè negli anni delle stragi politico-mafiose e della successiva nascita di Forza Italia (un’idea sua), mancano le prove che abbia seguitato a farlo per il Cavaliere politico. Questo, in attesa di conoscere le motivazioni della sentenza, è quanto si può dire a una prima lettura del suo dispositivo.

Qualche sito e qualche cronista (tra cui, sorprendentemente, quello di Sky) si sono subito affannati a concludere che “è stato smentito Spatuzza”: ma questo, finchè non saranno note le motivazioni, non lo può dire nessuno. Molto più probabile che i giudici abbiano stabilito, com’è giusto, che le sue parole – né confermate né smentite – da sole non bastano, senza riscontri. Riscontri che avrebbe potuto fornire Massimo Ciancimino, se i giudici Dell’Acqua, Barresi e La Commare avessero avuto la compiacenza di ascoltarlo, prima di decidere apoditticamente, senza nemmeno averlo guardato in faccia, che è “inattendibile” e “contraddittorio”.

Riscontri che già esistevano prima che Spatuzza e Ciancimino parlassero: oltre alle dichiarazioni ultra-riscontrate di Nino Giuffrè e altri collaboratori sul patto Provenzano-Dell’Utri, è proprio sul periodo successivo al 1992 che i magistrati hanno raccolto la maggiore quantità di fatti documentati e inoppugnabili: le intercettazioni del mafioso Carmelo Amato, provenzaniano di ferro, che fa votare Dell’Utri alle europee del 1999; le intercettazioni dei mafiosi Guttadauro e Aragona che organizzano la campagna elettorale per le politiche del 2001 e parlano di un patto fra Dell’Utri e il boss Capizzi nel 1999; le agende di Dell’Utri che registrano due incontri a Milano col boss Mangano nel novembre del 1994, mentre nasceva Forza Italia; la raccomandazione del baby calciatore D’Agostino per un provino al Milan, caldeggiato dai Graviano e propiziato da Dell’Utri; e così via. Vedremo dalle motivazioni come i giudici riusciranno a scavalcare questi macigni.

Ora, per Dell’Utri, il carcere si avvicina. Quello di ieri è l’ultimo giudizio di merito sulla sua vicenda: resta quello di legittimità in Cassazione, ma le speranze di farla franca attraverso una delle tante scappatoie previste dall’ordinamento a maglie larghe della giustizia italiana sono ridotte al lumicino. La prescrizione, per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa doppiamente aggravato dall’elemento delle armi e da quello dei soldi, scatta dopo 22 anni e mezzo dalla data ultima di consumazione del reato: quindi dal 1992. Il calcolo è presto fatto: se la Cassazione deciderà che davvero il reato si interrompe nel 1992, la prescrizione scatterà nel 2014-2015, quanto basta alla Suprema Corte per confermare definitivamente la condanna a 7 anni. Che non potranno essere scontati ai domiciliari secondo la norma prevista dalla ex Cirielli per gli ultrasettantenni (Dell’Utri compirà 70 anni nel 2011), perché non vale per i reati di mafia (altrimenti sarebbero a casa anche Riina e Provenzano).

Se invece la Cassazione cassasse senza rinvio la condanna, Dell’Utri avrebbe risolto i suoi problemi. Ma c’è pure il caso che la Cassazione cassi la sentenza con rinvio, accogliendo il prevedibile ricorso della Procura generale contro l’assoluzione per i fatti post-1992. Nel qual caso si celebrerebbe un nuovo appello, ma per Dell’Utri sarebbe una magra consolazione: rinvierebbe soltanto di un paio d’anni l’amaro calice del carcere, visto che, allungandosi il periodo del suo reato, si allungherebbe anche il termine di prescrizione. Semprechè, naturalmente, non venga depenalizzato il concorso esterno in associazione mafiosa.

Questa sentenza, per quanto discutibile, compromissoria e anche un po’ furbetta, aiuta a comprendere la differenza che passa tra la verità giudiziaria e quella storica, politica, morale. Nessuna persona sana di mente potrebbe credere, alla luce del dispositivo, che Cosa Nostra sia un’accozzaglia di squilibrati che si alleva un concorrente esterno, lo infiltra nell’abitazione e nelle aziende di Berlusconi per tutti gli anni 70 e 80 fino al 1992 e poi, proprio quando diventa più utile, cioè quando s’inventa un partito che riempie il vuoto lasciato da quelli che avevano garantito lunga vita alla mafia fino a quel momento, lo scarica o se ne lascia scaricare senza colpo ferire.

Una banda di pazzi che per un anno e mezzo mettono bombe e seminano terrore in tutt’Italia per sollecitare un nuovo soggetto politico che rimpiazzi quelli decimati da Tangentopoli e dalla crisi finanziaria e politica del 1992, e quando questo soggetto politico salta fuori dal cilindro non di uno a caso, ma del vecchio amico Dell’Utri, interrompono le stragi, votano in massa per Forza Italia, ma rompono i rapporti col vecchio amico Dell’Utri, divenuto senatore e rimasto al fianco del nuovo padrone d’Italia.

I giudici più benevoli mai incontrati da Dell’Utri, dopo cinque anni di appello e cinque giorni di camera di consiglio, non hanno potuto evitare di confermare che, almeno fino al 1992, esistono prove insuperabili (perfino per loro) della mafiosità di Dell’Utri. Cioè dell’uomo che ha affiancato Berlusconi nella sua scalata imprenditoriale, finanziaria, editoriale, televisiva. E che nel 1992-’93 ideò Forza Italia, nel 1995 fu arrestato per frode fiscale e nel 1996 entrò in Parlamento per non uscirne più.

Intervistato qualche mese fa da Beatrice Borromeo per il Fatto quotidiano, Dell’Utri ha candidamente confessato: “A me della politica non frega niente. Io mi sono candidato per non finire in galera”. Ecco, mentre i giudici di Palermo scrivono le motivazioni, ora la palla passa alla politica. Un’opposizione decente, ma anche una destra decente, semprechè esistano, dovrebbero assumere subito due iniziative.

1) Inchiodare Silvio Berlusconi in Parlamento con le domande a cui, dinanzi al Tribunale di Palermo, oppose la facoltà di non rispondere. Perché negli anni 70 si affidò a Dell’Utri (e a Mangano)? Perché, quando scoprì la mafiosità di almeno uno dei due (Mangano), non cacciò anche l’altro che gliel’aveva messo in casa (Dell’Utri), ma lo promosse presidente di Publitalia e poi artefice di Forza Italia? Da dove arrivavano i famosi capitali in cerca d’autore degli anni 70 e 80? Si potrebbe pure aggiungere un interrogativo fresco fresco: il presidente del Consiglio è forse ricattato o ricattabile anche su queste vicende (ieri il legale di Dell’Utri, Nino Mormino, faceva strane allusioni al prodigarsi del suo assistito fino al 1992 per “salvare dalla mafia Berlusconi e le sue aziende”)?

2) Pretendere le immediate dimissioni di Marcello Dell’Utri dal Parlamento. Quello di ieri non è un avviso di garanzia, una richiesta di rinvio a giudizio, un rinvio a giudizio, una sentenza di primo grado: è la seconda e ultima sentenza di merito. Che aspetta la politica a fare le pulizie in casa? Che i carabinieri irrompano a Palazzo Madama per prelevare il senatore e condurlo all’Ucciardone?

lunedì 5 luglio 2010

Il gradino sopra Dell'Utri.



Lirio Abbate sull'Espresso del 8 luglio 2010.

La condanna in appello lascia aperta la questione del patto tra mafia e Forza Italia. Mentre vanno avanti le indagini sui misteri delle stragi. E il parlamentare prosegue gli affari con Carboni e Verdini.

Mentre a Milano infuria Tangentopoli l'ex democristiano Ezio Cartotto viene ingaggiato in gran segreto da Marcello Dell'Utri per studiare un'iniziativa politica della Fininvest in previsione del crollo dei partiti amici. Siamo fra maggio e giugno del 1992 e l'allora numero uno di Publitalia pensa a come far nascere Forza Italia. Dell'Utri però sostiene che l'idea del partito "azzurro" gli fu comunicata a sorpresa da Silvio Berlusconi "solo a fine settembre 1993". La tesi sostenuta dalla procura di Palermo sull'origine del movimento politico avvenuta quasi in concomitanza con le stragi di Falcone e Borsellino, potrebbe essere avvalorata dalla sentenza dei giudici della Corte d'appello che hanno confermato la condanna per il senatore Dell'Utri, riducendola a sette anni (in primo grado erano nove gli anni inflitti) per concorso esterno in associazione mafiosa.

La sentenza chiude una volta per tutte il capitolo sui rapporti tra il partito azzurro e Cosa nostra? Non proprio. I magistrati di secondo grado, pur riconoscendo il coinvolgimento del braccio destro di Berlusconi negli affari della mafia negli anni Settanta e Ottanta, hanno però posto dei paletti al capo di imputazione che gli veniva contestato. Il limite oltre il quale non si deve andare, secondo la corte d'appello, è proprio quello del 1992. Da quell'anno orribile, insanguinato dalle stragi, Dell'Utri va assolto. Ufficialmente in quel periodo è ancora un manager al fianco dell'imprenditore Berlusconi, ma i suoi contatti con i boss proseguono. E forse proprio allora si trasforma in politico. Lui che non aveva mai fatto politica fino ad allora. Una metamorfosi che potrebbe essere avvenuta proprio nel 1992 un anno prima dalla data che l'imputato fornisce ai magistrati, diventando così da manager a uomo che si occupa di politica.

La corte d'appello fissa dunque dei paletti al capo d'imputazione i cui reati vengono contestati a partire dal 1970 "in poi". Oltre trent'anni di storia criminale riversata sulle spalle di un Marcello Dell'Utri imprenditore, uomo d'affari, intermediario, manager. Poi, però, diventa politico. Ed è su questo confine che i giudici possono aver alzato un muro. Se le motivazioni della sentenza di condanna lo confermeranno, ci potremmo trovare davanti ad un fatto nuovo che potrebbe avere ripercussioni nelle inchieste giudiziarie che le procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze stanno conducendo sulla trattativa fra Stato e mafia, sulle stragi e i loro mandanti occulti. Infatti, se venisse accertato anche in secondo grado che si inizia a preparare la nascita di Forza Italia in prossimità delle bombe di Capaci e via D'Amelio, i risvolti giudiziari potrebbero essere notevoli. In ambienti giudiziari fanno notare che la sentenza decisa dalla corte presieduta da Claudio Dall'Acqua riguarda solo Dell'Utri imprenditore, quello che riesce a saldare i patti fra Cosa nostra e le aziende di Silvio Berlusconi.

Il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non troverebbe più applicazione quando l'imputato diventa politico. In questo caso, rispettando probabilmente il dettato giurisprudenziale della Cassazione, sarebbe più difficile provare il patto con i boss, o il "guadagno" che ne avrebbe avuto Cosa nostra. Ma se così fosse, sostengono in procura a Palermo, quel "gradino" che voleva il pubblico ministero dalla Corte potrebbe essere stato realizzato. Il pg Nino Gatto, che ha sostenuto l'accusa, lo ha detto chiaramente nell'ultima udienza ai giudici che stavano per entrare in camera di consiglio: "Dovete prendere una decisione storica, non solo dal punto di vista giudiziario, ma per il nostro Paese. Voi potete contribuire alla costruzione di un gradino salito il quale, forse, si potranno percorrere altri scalini che potranno far accertare le responsabilità che hanno insanguinato il nostro Paese. Oppure potete distruggere questo gradino".

I fatti di questo processo a Dell'Utri, che viene visto come "mediatore", "tessitore", colui il quale interviene in modo provvidenziale a risolvere i problemi di crisi dell'organizzazione mafiosa con il mondo economico e quello politico, sono dimostrati da una serie impressionante di elementi concreti documentati da testimoni insospettabili, carte, agende, filmati, fotografie, intercettazioni telefoniche e ambientali, addirittura ammissioni dello stesso imputato. E da qui i pm sono risaliti alle parole dei collaboratori di giustizia, quegli ex mafiosi che spiegano quei fatti secondo la logica interna e l'evoluzione storica dell'organizzazione di cui hanno fatto parte per una vita. Il tema della strategia stragista e della sua attuazione è rimasto fuori dal processo. I pm avevano fatto emergere davanti ai giudici del tribunale solo il loro punto di vista che è stato espresso parlando dell'evoluzione della strategia. Ciò che è emerso è il risultato di buoni rapporti fra gli uomini di Cosa nostra e Dell'Utri che sono sopravvissuti agli anni del "terrore". La considerazione di cui il braccio destro di Berlusconi godeva fra i clan prima della stagione delle bombe, per i magistrati "è rimasta intatta pur nel clima di terrore di quegli anni, in cui diventarono obiettivo della violenza mafiosa non solo i nemici della mafia, ma anche quelli che un tempo erano ritenuti dai boss di Cosa nostra amici della mafia, ma ora non più affidabili".


Carlo Cipriani su Giornalettismo del 5 luglio 2010.

Tutti ne parlano, sempre più ad alta voce. A leggere i giornali sembra di essere alla vigilia di una crisi di governo, di un redde rationem, della fine del centro destra. Ad occhio, sembra una pericolosa fuga in avanti. Attenzione: in tempi non sospetti – subito dopo le trionfali elezioni del 2008 – più volte abbiamo dubitato non solo della capacità di questa maggioranza di fare le riforme che servono all’Italia, ma anche di arrivare tranquillamente alla fine della legislatura.

Perché era già chiara la difficoltà di governare problemi complessi che non si risolvono a colpi di slogan semplificatori o di “ghe pensi mi”. Perché era evidente la presenza di troppe anime trasversali, a partire da quella “nordista” incarnata dalla coppia Tremonti-Bossi contrapposta a quella centro meridionale della coppia Letta-Fini. Perché neppure una sistematica occupazione dell’informazione che fa opinione (Tg in testa) può cancellare il cancro della questione giustizia che puntualmente torna e condiziona oltre il limite della decenza il suo capo Berlusconi.

Ma sono, appunto, cose note da tempo. E che non hanno impedito al centro destra di tenere saldamente il potere, che è diverso dal governare, per molti anni. E adesso, proprio mentre il declino è più evidente e le crepe sotto il cerone s’intravedono sempre più, proprio ora che è palese la manifesta incapacità di risolvere i problemi del Paese e le contraddizioni della sua maggioranza, nel mezzo di una crisi economica devastante, quel furbacchione di Berlusconi – l’unico vero animale politico sulla scena, altro che dilettante! – farebbe un regalo del genere ai suoi nemici ed amici, o presunti tali? Tra rischiare di finire arrosto, anzi mettersi sul fuoco da solo, e restare sulla graticola la scelta è facile, anche se non piacevole. E le armi di Fini e Casini e dei cosiddetti “poteri forti” (chi li avvista, avvisi per favore) sono fiori nei cannoni. Il Pd poi semplicemente non esiste.

Magari mi sbaglio, ma c’è solo un’eccezione allo scenario che vede il governo continuare stancamente a sgovernare tra mille punture di spillo per almeno un paio d’anni: la blindatura giudiziaria di Berlusconi. A questo punto obiettivamente difficile. Ma se accadesse, a quel punto Silvio potrebbe anche rischiare il tutto per tutto e provare una nuova avventura elettorale, magari dopo aver regalato un fantasma di federalismo a Bossi da dare in pasto ad un elettorato del nord sempre più disilluso. Ma non prima. Gli altri? Troppo piccoli e troppo insipidi per poter fare qualcosa di diverso dal muovere aria. Che poi nel frattempo il Paese affondi nella melassa gelatinosa è una cosa che interessa solo a pochi fessi.

sabato 3 luglio 2010

Nicola Cosentino, le 46 telefonate agli uomini di gomorra.


Dal Fatto Quotidiano del 3 Luglio 2010.

Le promesse, gli appuntamenti, il mandato d'arresto. Ma non basta: resta al suo posto Ci sono 46 telefonate che – secondo i magistrati di Napoli – inchiodano il sottosegretario Nicola Cosentino e allo stesso tempo imbarazzano politicamente Gianfranco Fini.

In queste conversazioni intercettate tra il 2002 e il 2004 si sente Cosentino che conversa amabilmente, anche di affari, nomine e discariche, con tre protagonisti del traffico dei rifiuti di Gomorra: i fratelli Sergio e Luigi Orsi e il presidente del consorzio CE4, Giuseppe Valente. Luigi Orsi sarà ucciso nel 2008. Sergio Orsi e Valente saranno invece arrestati per i loro rapporti con i casalesi e poi condannati. Il sottosegretario Cosentino promette al telefono a Valente di intervenire per evitare lo scioglimento del comune di Mondragone per infiltrazione mafiosa e fissa appuntamenti alle stazioni di servizio con modalità che per il gip sono utili “in prospettiva accusatoria”. E poi ci sono le telefonate di raccomandazione che dimostrano il controllo politico di Cosentino dei consorzi della raccolta dei rifiuti, infiltrati dalla camorra.

Nonostante i contenuti esplosivi di queste 46 telefonate (segretate e trasmesse alla Camera assieme alla richiesta che invece è pubblica e potete leggere su www.ilfattoquotidiano.it) la Camera ha negato l’autorizzazione a usarle. E lo ha fatto con il contributo fondamentale proprio di un fedelissimo di Gianfranco Fini: Nino Lo Presti. Un comportamento il suo che sembra contrastare con le dichiarazioni del suo leader. Il primo luglio scorso alla presentazione della nuova rivista diretta da Alessandro Campi, il presidente della Camera Fini aveva detto a Sandro Bondi: “Dimmi il nome di una democrazia dove rimane sottosegretario una persona per cui si è chiesto l’arresto”.

Maggioranza Casta
Due mesi prima il finiano Lo Presti aveva chiesto alla Giunta per l’autorizzazione a procedere nel procedimento su Cosentino, nel quale è relatore, di votare a favore del sottosegretario garantendogli per la seconda in 5 mesi lo scudo dell’immunità. Già nel novembre del 2009 il Pdl aveva votato compatto contro l’arresto per concorso in associazione camorristica. Ma se la negazione dell’arresto è ormai una scelta scontata della Casta, il diniego di utilizzazione delle telefonate di Cosentino non era così automatico. Soprattutto per i finiani. Cosentino non è un parlamentare qualsiasi. Nonostante l’accusa di essere stato complice della camorra, il deputato si ostina a mantenere il ruolo di sottosegretario all’Economia, con una delega delicata come quella relativa al Cipe. Inoltre resta un politico influente, come si è visto nella vicenda del tentato condono edilizio presentato sotto forma di emendamento alla manovra da tre parlamentari a lui fedeli. “La scelta di restare al governo nonostante l’ordine di arresto per fatti di camorra dovrebbe imporre a Cosentino una trasparenza ancora maggiore”, spiega Marilena Samperi del Pd, “il potere della Camera di negare ai magistrati l’uso delle intercettazioni non deve tutelare la persona ma l’istituzione. Invece il diniego sulle telefonate di Cosentino si configura come un privilegio personale ingiusto”.

Il deputato nato a Casal di Principe ed eletto a Caserta è stato intercettato “passivamente”. Non era lui il bersaglio dei pm ma i suoi amici. Mentre parlava con gli imprenditori legati alla camorra che erano indagati e che poi saranno condannati, la voce di Cosentino è entrata casualmente nelle cuffie dei Carabinieri. Ora quelle chiamate sono finite a Montecitorio. E, dopo il diniego della Giunta, sarà la Camera a dover dire l’ultima parola. L’aula tarda a mettere all’ordine del giorno il voto e forse dietro il ritardo c’è anche il mal di pancia di Fini. Ma cosa c’è nelle trascrizioni depositate in giunta? Un primo blocco di 24 telefonate sono state intercettate, dal giugno 2002 al gennaio 2003, sull’utenza dell’ex presidente del consorzio Ce4, addetto alla raccolta dei rifiuti in provincia di Caserta, Giuseppe Valente. Un secondo blocco comprende undici telefonate intercettate sul telefonino di Sergio Orsi, protagonista indiscusso della raccolta dei rifiuti secondo i magistrati. Queste telefonate vanno da aprile a maggio 2004. Mentre altre 11 telefonate di Cosentino, avvenute dal febbraio del 2004 al 2 agosto di quell’anno, sono intervenute tra il sottosegretario e il fratello di Sergio Orsi, quel Michele Orsi che poi, dopo avere parlato con i pm, sarà ucciso nel 2008 con 17 colpi dai sicari del boss Setola. Tutte le 46 telefonate sono utili per l’accusa, secondo il gip, perché provano i contatti di Cosentino con soggetti come Orsi, considerato “intraneo alla camorra” o come Valente “condannato a 5 anni e 4 mesi per undici violazioni del codice penale” che vanno dal concorso esterno al clan camorristico, alla truffa con aggravante di mafia.

Favori e protezioni
Tra le telefonate con Valente, la più interessante è per il gip quella del 30 giugno 2002 perché “tende ad avvalorare il coinvolgimento dell’onorevole Cosentino in un’attività diretta a proteggere il sindaco di Mondragone, Ugo Conte e la sua amministrazione dallo scioglimento dell’amministrazione per infiltrazioni mafiose”. Un’altra telefonata chiave, per il gip, è quella del 5 luglio del 2002 nella quale “si riscontra l’intervento di Nicola Cosentino per un ampliamento dell’area del Comune di Santa Maria La Fossa da espropriare per la realizzazione di una discarica… intervento finalizzato a favorire l’imprenditore casalese Sebastiano Corvino”. La discarica in questione era osteggiata dal ministro Altero Matteoli ma al telefono con Orsi, Cosentino promette che riuscirà a superare l’ostacolo.

Infiltrazioni mafiose a Bordighera?



Danatella Alfonso su Repubblica del 3 luglio 2010.

Sfiora il governo il terremoto politico che scuote Bordighera. Dopo i sospetti di infiltrazioni mafiose si dimette Giulio Viale, assessore leghista al Bilancio e padre di Sonia Viale, sottosegretario all'Economia. Viale ha scelto di farsi da parte dopo la notizia dell'invio al prefetto di Imperia, Francesco Paolo Di Menna, di un'informativa dei carabinieri su possibili infiltrazioni mafiosi e voti di scambio.

Viale ha rassegnato le dimissioni alla segreteria nazionale del partito, che dovrà vagliarle. "Se la notizia è confermata, rinnovo la richiesta di dimissioni: chiedo alla segreteria nazionale di lasciare la giunta, perché ritengo conclusa la mia attività", ha dichiarato l'assessore leghista. Sonia Viale, che in precedenza era stata una delle collaboratrici più vicine all'ex ministro della giustizia Roberto Castelli, dal canto suo, ha chiarito che ogni decisione sarà demandata alla direzione del partito che si riunirà lunedì.

Anche un esponente del Pdl, il consigliere incaricato alle manifestazioni, Alessandro Panetta, ha annunciato che abbandonare il suo incarico all'interno dell'amministrazione comunale. E a questo punto, l'intera amministrazione guidata da Giovanni Bosio, che per lunedì ha convocato un vertice di maggioranza, potrebbe andare verso le dimissioni.

Sulla vicenda di Bordighera aveva già lanciato un preoccuopato allarme il responsabile della giustizia del Pd, Andrea Orlando, che ha sottolienato la necessità di investigare a fondo sulle possibili infiltrazioni mafiose nella provincia di Imperia.

L'informativa inviata dai carabinieri del comando provinciale al prefetto Francescopaolo Di Menna è giunta al termine delle indagini che hanno portato agli arresti di otto persone a Bordighera, legate al gioco d'azzardo, alcune di queste considerate "contigue" alla 'ndrangheta. Secondo le dichiarazioni di alcuni assessori comunali, gli arrestati avrebbero esercitato pressioni sul sindaco e su assessori per ottenere l'apertura di una sala giochi ed altri favori.

venerdì 2 luglio 2010

La mafia alla conquista di Expo.



Dal fatto quotidiano del 2 luglio 2010.

ma a Milano c’è chi dice no Questo è un articolo su qualcosa di cui tanto si parla, ma che ancora non esiste: l’ Expo 2015. E su qualcosa che esiste ma di cui nessuno parla: la ‘ndrangheta a Milano. Lo spiega bene il procuratore aggiunto, Ilda Bocassini: “Expo? Stiamo parlando di una cosa che non esiste”. Esiste, ed è radicata, invece la criminalità organizzata. “Dobbiamo avere mille sensori perché non si può escludere che persone non corrette se ne avvantaggino”.

Lo rende evidente la realtà. Mentre la società Expo 2015 Spa, a più di due anni dalla vittoria di Milano su Smirne, vola a Parigi ad aggiornare il Bie e presentare il nuovo direttore generale, Giuseppe Sala, nominato mercoledì al posto di Lucio Stanca, le cosche allungano le mani sulle aree dove a Pero dovrebbe sorgere il quartiere espositivo. E lo fanno con la connivenza di politici amici. Ieri all’alba gli uomini della Dda di Milano hanno colpito il clan dei Valle. Secondo l’ordinanza di custodia firmata dal gip Giuseppe Gennari, il clan era riuscito a ottenere le licenze per aprire un mini casinò, una discoteca e anche un’attività di ristorazione nel comune di Pero nell’ambito di un progetto di riqualificazione di quelle zone in virtù del prossimo Expo. E le aveva ottenute grazie all’interessamento dell’assessore comunale di Pero, Davide Valia. C’è anche il presidente della Provincia, Guido Podestà, tra le amicizie vere o millantate da uno degli arrestati, Riccardo Cusenza. Podestà, coordinatore regionale del Pdl, smentisce. Così come il comune di Pero smentisce di aver “rilasciato alcuna licenza”. Rimangono però i 15 arresti ai danni della famiglia Valle compiuti alle prime ore del mattino di ieri.

Intanto, il sindaco Letizia Moratti, il presidente della società, Diana Bracco e lo stesso Sala, volavano a Parigi per relazionare al Bureau international des expositions come procede il cronoprogramma dei lavori in vista del 2015. Il dossier di candidatura non può essere stravolto. Ma le garanzie per i fondi mancano. Così come manca ancora la decisione sull’acquisto o meno delle aree da parte della società. Oltre ai ritardi sulll’avvio dei lavori delle opere pubbliche, metropolitane su tutte. Il presidente del Bie, Jean Pierre Lafon, prima ascolta la relazione della Moratti, e poi “bacchetta” la delegazione milanese. “Ho due osservazioni da fare”, dice: non toccare il dossier e stringere i tempi sui terreni. “Le evoluzioni del progetto e dell’equipe non comporteranno delle modifiche nei documenti del dossier di registrazione che è già stato inviato agli Stati membri”, e “l’acquisizione dei terreni e la sua messa a disposizione della società sia effettiva il più presto possibile”. E conclude: “Dovrà essere tutto pronto per la riunione del comitato esecutivo, a ottobre”. Tre mesi.

La Moratti rassicura. Sui fondi e sui terreni, facendo riferimento a una proposta, condivisa da tutti gli enti locali, per la soluzione del comodato d’uso delle aree. Il governatore Roberto Formigoni frena gli entusiasmi: “Non c’è e non ci sarà alcuna proposta comune di Regione, Provincia e Comune ai proprietari delle aree a riguardo del comodato d’uso dei terreni. Chi lo pensasse – ha concluso duro Formigoni – forse confonde i propri desideri con la realtà”. E così sembra riaprirsi un contrasto interno a Expo. E tre mesi sono pochi, considerando che nei 27 trascorsi dall’assegnazione dell’esposizione ancora non si è trovata una soluzione al riguardo.

Non ha invece perso tempo la criminalità organizzata. “A Milano c’è stata una straordinaria operazione anti ndrangheta, la prima mirata sulle infiltrazioni per l’Expo. Sono stati sequestrati oltre 100 immobili e 28 società per un valore di diverse decine di milioni di euro”, ha detto il ministro dell’Interno, il leghista Roberto Maroni. A cui è chiaro l’interesse delle mafie per l’esposizione. Ed è evidente a molti, anche se sui quotidiani stamani i collegamenti diretti tra Expo e ‘ndrangheta dovevano essere cercati con il microscopio.

Tre giovani consiglieri regionali lombardi si ribellano al silenzio imperante e all’omertà dilagante. Giulio Cavalli, scrittore, registra e attore teatrale sotto scorta dopo aver messo in scena Do ut Des, spettacolo teatrale sui riti e conviti mafiosi. Giuseppe Civati, detto Pippo, considerato uno dei trentenni che potrebbe guidare il ricambio generazionale del Pd. E Chiara Cremonesi, coordinatrice nazionale di Sinistra Ecologia e Libertà.

Oggi hanno dato vita a Expo No Crime. “Il silenzio è un atto politico e non è nel nostro programma”, si legge nella presentazione. Expo No Crime è una commissione antimafia dal basso che avrà come suo punto di riferimento una pagina de ilfattoquotidiano.it, costantemente aggiornata con le notizie sulle operazioni antimafia all’ombra della Madonnina e il calendario di incontri e iniziative. Questa non è una battaglia ideologica. Perché la mafia è mafia solo se ha rapporti con la politica. Altrimenti è solo gangsterismo. E tutti assieme la si può battere.

Lo Stato che tratta con la mafia

Dal Blog il Popolo Sovrano del 2 luglio 2010.

Alcuni professionisti del mestiere, quello politico, iniziano a dare per certo che la trattativa tra Stato e mafia negli anni delle stragi del ’92 e del ’93 sia avvenuta. Per il presidente della Commissione Antimafia Beppe Pisanu “è ragionevole ipotizzare che nella stagione dei grandi delitti e delle stragi si sia verificata una convergenza di interessi tra Cosa Nostra, altre organizzazioni criminali, logge massoniche segrete, pezzi deviati delle istituzioni, mondo degli affari e della politica”. E a chi, come il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, chiarisce che “le teorie sono belle ma nei processi si ha bisogno delle prove giudiziarie”, Pisanu risponde che la sua relazione “è soltanto politica e non ha la benché minima pretesa di stabilire verità giudiziarie”. Come a dire che sul piano politico che sia successo qualcosa è ormai fuori di dubbio.
Verrebbe spontaneo porsi delle domande. Quali sono questi pezzi di istituzioni? Quali sono questi politici? In un Paese in cui le facce dei potenti sono le stesse da decenni, i protagonisti di quel patto continuano a svolgere il loro ruolo nel Palazzo?
Questa notizia non ha avuto un minimo spazio sui titoli dei telegiornali, e anche di alcuni giornali. Troppo impegnate al gossip le tv per badare anche al problema mafia? Forse, ma ad un certo gossip, dato che della notizia (di un giornale brasiliano) di un party con ballerine brasiliane organizzato per e da Berlusconi durante la sua recente visita a San Paolo, non vi è traccia.
E anche di quella del consigliere provinciale romano del Pdl che dopo un festino a base di trans (Alemanno e Berlusconi saranno su tutte le furie) e cocaina si è affacciato al balcone e ha improvvisato un comizio.
Lungi da me addentrarmi nel complesso tema della disinformazione dilagante in Italia, ma certo che se il fondamento dell’egemonia berlusconiana, culturalmente intesa, non è da ritrovare nel palese conflitto d’interessi del presidente del Consiglio, poco ci manca.
Un’espressione, conflitto d’interessi, che oltre a spaventare a morte inspiegabilmente tutto il Parlamento, e non solo i diretti interessati come ci si dovrebbe aspettare, è stata sminuita dai politici e dagli elettori del centrodestra in quanto, ignoranti di cosa succede nelle democrazie occidentali, è solo “un’invenzione dei comunisti”. Ma è stata anche esaltata spesso ingenuamente e irrazionalmente dal mondo di sinistra, quello che smanetta e domina su internet. Perché se qualcuno dice che il Tg1 ha riferito che “Dell’Utri è stato assolto” (incanalando centinaia e centinaia di commenti indignati), io mi aspetto di ascoltare un giornalista del servizievole giornale di Minzolini dare questa notizia, e non di sentire il giudice che legge la sentenza.
Per quanto ognuno di noi possa desiderare vedere Dell’Utri nella cella affianco a quella di Totò Riina, infatti, la sentenza di tre giorni fa assolve l’imputato dalle accuse per reati successivi al 1992. E non possiamo permetterci, fiduciosi come siamo dell’operato della magistratura, di gridare allo scandalo dell’informazione manipolata anche se un tg mostra la lettura di una sentenza.
Piccoli particolari, che colgo spesso in giro, e che riporto. Tafazzismo? Autolesionismo? No, diciamo una riflessione, affinché si cessi di rispondere all’azione con una reazione uguale e contraria e di diventare, lentamente, uguali a loro.

lunedì 7 giugno 2010

La patria dell'oblio collettivo.




Barbara Spinelli su Antimafia 2000 del 6 giugno 2010.

Vorrei tornare sulle parole di Piero Grasso a proposito di mafia e politica, dette il 26 maggio a Firenze davanti alle vittime della strage dei Georgofili. L’intervista rilasciata a Francesco La Licata dal Procuratore nazionale Antimafia chiarisce infatti alcuni punti essenziali, e pone quesiti alla classe politica e a tutti noi.
La domanda che formula, implicita ma ineludibile, è questa: come funziona la memoria collettiva in Italia? Come vengono sormontati i lutti, e vissuti i fatti tragici, i mancati appuntamenti con la giustizia?
In questo giornale ho cercato prime risposte, evocando la richiesta, formulata il 7-8-98, di archiviazione dell’indagine su Berlusconi e Dell’Utri per le stragi a Roma, Firenze e Milano nel ’93-’94: richiesta firmata da Grasso assieme a quattro magistrati, e accolta poi dal gip di Firenze. Nella richiesta era chiaro il nesso fra Cosa nostra e il soggetto politico nato dopo Tangentopoli (Forza Italia), ma mancavano prove di un’«intesa preliminare». Quell’atto mi parve più esplicito di quanto detto dal procuratore il 26 maggio, e su tale differenza mi sono interrogata. Ma l’interrogativo, più che Grasso, concerne in realtà i politici, e tramite loro l’Italia intera: giornalisti, elettori, ministri ed ex ministri di destra e sinistra.
Per chiarezza, vorremmo citare i principali passaggi della richiesta di archiviazione e confrontarli con quello che Grasso afferma oggi. Nella richiesta (da me impropriamente chiamata «verbale», domenica scorsa) è scritto: «Molteplici (sono) gli elementi acquisiti univoci nella dimostrazione che tra Cosa Nostra e il soggetto politico imprenditoriale intervennero, prima e in vista delle consultazioni elettorali del marzo 1994, contatti riconducibili allo schema contrattuale, appoggio elettorale-interventi sulla normativa di contrasto della criminalità organizzata». E ancora: il rapporto tra i capimafia e gli indagati (Berlusconi e Dell’Utri, citati come autore-1 e autore-2 e rappresentanti il nuovo «soggetto politico imprenditoriale» in contatto con Cosa nostra) «non ha mai cessato di dimensionarsi (almeno in parte) sulle esigenze di Cosa nostra, vale a dire sulle esigenze di un’organizzazione criminale». Il testo firmato da Grasso è inedito, ma gli argomenti che esso contiene appaiono in documenti che la classe politica conosce bene: il decreto di archiviazione dell’inchiesta di Firenze, e quello che archivia la successiva inchiesta di Caltanissetta su Berlusconi, Dell’Utri e le stragi di Capaci e via D’Amelio (3-5-02). Il testo è pubblicato da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza in un libro, «L’agenda nera», che uscirà il 10 giugno per Chiarelettere.
Ha ragione dunque il procuratore a dire che nella sostanza non c’è nulla di nuovo in quello che ha ricordato giorni fa a Firenze («Cosa nostra ebbe in subappalto una vera e propria strategia della tensione», per creare disordine e dare «la possibilità a una entità esterna di proporsi come soluzione per poter riprendere in pugno l’intera situazione economica, politica, sociale che veniva dalle macerie di Tangentopoli. Certamente Cosa nostra, attraverso questo programma di azioni criminali, che hanno cercato d’incidere gravemente e in profondità sull’ordine pubblico, ha inteso agevolare l’avvento di nuove realtà politiche che potessero poi esaudire le sue richieste»). Secondo alcuni il procuratore avrebbe oggi alzato il tiro, ma non è vero: semmai dice meno cose, su Forza Italia. Ed ecco la conclusione cui giunge nell’intervista: «L’idea che io mi sono fatto di quel terribile momento storico del ‘92 e del ‘93, molto prima dello scorso 26 maggio, era rintracciabile in moltissimi interventi pubblici, oltre che in tre libri pubblicati dal 2001 al 2009. Ritenevo e ritengo ancora quella ricostruzione storica una sorta di patrimonio della memoria collettiva definitivamente acquisito».
Proprio qui tuttavia è il punto che duole. L’osceno italiano di cui parla spesso Roberto Scarpinato, procuratore generale di Caltanissetta, e cioè il potere reale esercitato «fuori scena», di nascosto, esclude l’esistenza di un «patrimonio della memoria collettiva definitivamente acquisito». A differenza dell’America, o della Germania che di continuo rivanga il proprio passato nazista, l’Italia non ha una memoria collettiva che archivi stabilmente la verità e la renda a tutti visibile. Da noi la memoria storica si dissipa, frantumando e seppellendo fatti, esperienze, sentenze. E di questo seppellimento sono responsabili i politici, per primi.
Senza voler fare congetture, si può constatare che Grasso forse dice meno di quel che sottoscrisse nel ‘98, anche se dice pur sempre molto. Sono i politici a parlare più forte di quanto parlarono tra il ‘98 e oggi.
Sono i politici ad allarmarsi giustamente per le sue parole, a chiedere più verità, come se non avessero già potuto allarmarsi in occasione dei tanti atti giudiziari riguardanti quello che Grasso chiama «il nostro 11 Settembre: dall’Addaura, a Capaci, a via D’Amelio, fino alle stragi di Roma, Firenze, Milano e a quella mancata dello stadio Olimpico di Roma». Non sono i giudici ad aver dimenticato le deposizioni di Gabriele Chelazzi, il pm fiorentino titolare dell’inchiesta sui «mandanti esterni» delle stragi del ‘93, davanti alla commissione nazionale Antimafia il 2-7-02. Nella lettera ritrovata dopo la sua morte, Chelazzi si lamenta con i suoi uffici e scrive: «Mi chiamate alle riunioni solo per dare conto di ciò che sto facendo, quasi che fosse un dibattito».
È così che la memoria fallisce. Che l’osceno resta fuori scena, ostacolato solo dalle intercettazioni. Atti giudiziari e libri vengono sepolti nei ricordi perché sono trasformati in opinioni, per definizione sempre opinabili. Il vissuto viene trasferito nel mondo del dibattito e le sentenze diventano congetture calunniose. È quello che permette a Giuliano Ferrara, sul Foglio del 31 maggio, di squalificare le parole di Grasso definendole «ipotesi e ragionamenti» dotati di «uno sfondo politico e nessun avallo giudiziario». Il patrimonio della memoria collettiva, lungi dall’esser «definitivamente acquisito», è permanentemente cestinato.
I politici partecipano allo svuotamento della memoria usandola quando torna utile, gettandola quando non conviene più. Lo stesso allarme di oggi, non è detto che durerà. È come se nella mente avessero non un patrimonio, ma un palinsesto: un rotolo di carta su cui si scrive un testo, per poi raschiarlo via e sostituirlo con un altro che lascia, del passato, flebilissime tracce. L’intervista di Violante al Foglio, l’1 giugno, è significativa: in essa si dichiara che è arrivato il momento di «capire senza rimestare», di «mettere ordine» tra fatti forse non legati. Manca ogni polemica con il pesante attacco a Grasso, sferrato il giorno prima dal quotidiano.
Dice Ferrara che «non si convive inerti con un’accusa di stragismo a chi governa». Può darsi, ma l’Italia ha dimestichezze antiche con l’inerzia. Se non le avesse, non dimenticherebbe sistematicamente i drammi vissuti, e come ne è uscita. Non dimenticherebbe che del terrorismo si liberò grazie ai pentiti. Che tanti crimini sono sventati grazie alle intercettazioni. Come ha detto una volta Pietro Ichino a proposito dei ritardi della sinistra sul diritto di lavoro, in Italia «si chiudono le questioni in un cassetto gettando la chiave». È il vizio di tanti suoi responsabili (nella politica, nell’informazione) pronti a convertirsi ripetutamente. Pronti al trasformismo, a voltar gabbana. Chi non sta al gioco, chi nel giornalismo ha memoria lunga e buoni archivi, viene considerato uno sbirro, o un rimestatore, o, come Saviano, un idolo da azzittire e abbattere. Occorre una politica più attiva e meno immemore, se davvero si vuole che i giudici non esercitino quello che vien chiamato potere di supplenza.

domenica 6 giugno 2010

Il centrodestra: tagli alla gente ma non alle doppie poltrone


Pubblicato il 6 giugno 2010 alle 09. Carlo Cipriani su Giornalettismo.


Per carità, la manovra è indispensabile. Sacrifici per tutti. Quasi tutti: statali, pensionati, la scuola, la sanità, i servizi pubblici locali. Però, grazie al governo di centrodestra, al PdL e alla Lega nord, finalmente pagano anche i papaveri, i tromboni, la casta. Certo, poi si scopre che i tagli per i costi della politica, le indennità per ministri e parlamentari, nella manovra valgono poche migliaia di euro. Ma che importa? Basta il pensiero.

Poi scopri anche che Roberto Cota, neo governatore leghista del Piemonte e il suo vice Roberto Rosso, PdL, non hanno ancora presentato le dimissioni da parlamentare. Pazienza, pensi: su di loro pende un ricorso al Tar e vogliono aspettare di vedere che succede. Poi però ti ricordi che gli resterebbe sempre lo stipendio da consigliere regionale. Poi pensi che ci sono anche Sandro Biasotti (deputato Pdl e consigliere in Liguria), Gianluca Buonanno (deputato-consigliere leghista in Piemonte), Edoardo Rixi (Lega, Veneto), Marino Zorzato (vicepresidente Pdl della Regione Veneto), e Marcello Taglialatela (assessore Pdl all’urbanistica in Campania). Anche loro senza alcuna fretta di scegliere tra l’incarico di parlamentare e quello di consigliere regionale.

Mara Carfagna poi di incarichi (e stipendi) ne ha 3: ministro, parlamentare e consigliere regionale. Finora non ha scelto per “motivi tecnici”, dice il suo portavoce. Alessandra Mussolini, invece, parlamentare e neo consigliere in Campania, è attanagliata dal dubbio: “Che faccio? Se mi dimetto subito non prendo l’indennità e non posso darla alle case famiglia a cui la sto devolvendo. Le maestre mi dicono che proprio adesso che arriva l’estate i bambini ne hanno più bisogno, se mi dimetto subito, non ce l’avranno”. Resisti, Alessandra, non puoi mica morire di fame: siamo tutti con te.

Poi pensi: son casi isolati, e comunque prima o poi sceglieranno, no? Certo. Con calma, come i parlamentari Daniele Molgora (sottosegretario leghista e presidente della provincia di Brescia), Roberto Simonetti (Lega, presidente della provincia di Biella), Antonio Pepe (Pdl, Foggia), Maria Teresa Armosino (Pdl, Asti), Luigi Cesaro (Pdl, Napoli), Edmondo Cirielli (Pdl, Salerno), Ettore Pirovano (Lega, Bergamo) e una nutrita pattuglia di sindaci e vicesindaci, tutti PdL: Antonio Paroli (Brescia), Nicolò Cristaldi (Mazara del Vallo), Giulio Marini (Viterbo), Marco Zacchera (Verbania), Monica Faenzi (Castiglione della Pescaia), Raffaele Stancanelli (Catania, pure vicepresidente della Regione Sicilia), Vincenzo Nespoli (Afragola), Riccardo De Corato (vicesindaco di Milano) e Mauro Cutrufo (vicesindaco di Roma). Eletti da più di un anno e tutti con il doppio incarico.

Pensi che questo è in palese violazione della Costituzione italiana e del rispetto per gli elettori: questi stanno usurpando una funzione, impedendo ad un altro di esercitarla. Ma che importa? Conta la poltrona, per questi PdL e Lega nord che predicano tagli e razzolano incarichi: un deputato percepisce 14mila euro, cui possono sommarsi 10mila euro da Presidente di Regione, 4mila per un ministro, fino a 3mila per i sottosegretari, 8-9mila per i consiglieri regionali. E chi più ne ha più ne metta per gli altri.

Per carità, la manovra serve. I sacrifici per tutti (quasi tutti) anche. Per i tagli alla politica, e i pochi gonzi che ci credono, basta il pensiero.

domenica 30 maggio 2010


Da Rainews24 del 30 maggio 2010.

Avrei voluto che la decisione sugli enti a carattere culturale fosse stata presa insieme, il Ministero dei beni culturali non doveva essere esautorato".
Cosi' il ministro Sandro Bondi torna, in un'intervista al Gr1, nella polemica sulla manovra economica e l'elenco dei 232 enti, istituti, fondazioni che non avrebbero piu' il contributo statale. "Io sono in totale sintonia con Tremonti sulle motivazioni che muovono la manovra, per le difficolta' in cui si muove il paese e la necessita' di tagli coraggiosi. Molti degli enti che figurano in quell'elenco - aggiunge Bondi - vanno soppressi, ma alcuni come il Centro sperimentale di cinematografia, la Triennale di Milano, il Vittoriale, non possono in nessun modo essere considerati lussi".

Quanto al fatto che il ministero sarebbe stato tenuto fuori dalla scelta, Bondi aggiunge: "Avrei voluto decidere insieme: il ministero non doveva essere esautorato. Ora mi mettero' al lavoro con i miei collaboratori per capire quali di quegli enti sono eccellenze e quali sono inutili. Ma la scelta va fatta insieme".
Bocchino: se Bondi non sapeva, c'è qulacosa che non va
"Se un esponente autorevole del Pdl e del governo come Sandro Bondi dice di non aver saputo e di non condividere i tagli alla Cultura significa che c'è qualcosa di serio che non va". Lo afferma Italo Bocchino, vicecapogruppo Pdl alla Camera e presidente di Generazione Italia. "Da un lato è impensabile tagliare risorse al bene più prezioso del nostro Paese - spiega - risorse che si potrebbero recuperare abolendo cose inutili e
non strategiche come il Pra, l'agenzia dei segretari comunali o l'Unire, dall'altro è grave che il coordinatore del primo partito della maggioranza, nonché ministro, non fosse stato avvertito e consultato. Siamo dinanzi all'ennesima prova della necessità di una maggiore collegialità nelle scelte politiche del Pdl".
Critiche da Farefuturo
"Non e' possibile, non e' giusto, che sul mondo del sapere e della ricerca (un "comparto" che per il nostro paese riveste un'importanza del tutto particolare) si abbatta la scure dei tagli cosi', indiscriminatamente e senza alcun tipo di discussione preliminare. Senza spazi di riflessione, di confronto, anche all'interno dello stesso ministero". Cosi' Ffwebmagazine, periodico online della Fondazione Farefuturo, commenta i tagli imposti dalla manovra al
mondo della cultura.

"Che sia tempo di sacrifici - continua l'articolo - nessuno lo mette in dubbio. E condividiamo tutti l'esigenza di profonde riforme della cultura come quella delle fondazioni liriche ora in Parlamento, e condividiamo tutti l'esigenza di una manovra
che - come detto - impone sacrifici a tutti".
"Ma attenzione - si evidenzia - ai tagli indiscriminati alla cultura. Soprattutto se nella lista dei 232 istituti "tagliati", ci sono anche - questo e' il dramma - alcune vere e proprie punte di eccellenza italiana riconosciute da tutto il mondo (qualche esempio: la Triennale di Milano, la fondazione Feltrinelli, il Festival dei Due mondi di Spoleto e la Fondazione Arena di Verona, il Rossini festival di Pesaro, l'Istituto Gramsci di Roma, il Gabinetto Vieusseux di Firenze)".

"Dispiace - conclude Ffwebmagazine - che sia andata cosi'. Dispiace che non ci sia stato il tempo di capire e decidere tutti insieme come e dove tagliare, come e dove eliminare sacche di spreco. E dispiace ancora di piu' perche' rischia di essere un sacrificio, questo, inutile se non controproducente".

giovedì 27 maggio 2010

IL PIANO DI RINASCITA DEL GOVERNO


Luigi De Magistris su Il Fatto Quotidiano del 27 maggio 2010.


Con la legge sulle intercettazioni il Governo e la maggioranza servile che lo sostiene approvano l’ennesimo provvedimento che mira, scientemente, a consolidare la borghesia mafiosa della quale sono referenti oggettivi e garanti.
Una delle più grandi menzogne di Stato degli ultimi mesi – pompata ad arte anche dalla propaganda di regime di Minzolini & C. – è quella relativa al fatto che questo Governo sia stato il migliore nel contrasto al crimine organizzato. Il dato oggettivo è di segno diametralmente opposto. Questo Governo, con le architravi centrali di Berlusconi e Lega, è quello che più di ogni altro si adopera per rafforzare un sistema intriso di corruzione e mafia. Come? Attraverso l’approvazione di leggi che non consentono alla magistratura ed alle forze dell’ordine di esercitare il controllo di legalità e che privano la stampa di adempiere al diritto-dovere di cronaca.
L’elenco di provvedimenti è davvero lungo, tanto che il piano propaganda2 di Licio Gelli sembra quasi un puzzle da dilettanti. Ecco alcune leggi volute da Berlusconi e dai poteri forti ed occulti dei quali è propaggine e garante e che sono avallate dalla Lega che, ormai, è divenuto partito architrave del sistema.
La legge sullo scudo fiscale che introduce il riciclaggio di stato praticato da evasori, mafiosi, corrotti, truffatori. Il soldi delle cricche che ritornano dall’estero puliti dal Governo. Il Parlamento divenuto lavanderia internazionale del denaro sporco.
La legge che prevede la vendita all’asta dei beni confiscati alle mafie. Consente ai mafiosi di ritornare – attraverso prestanomi – nella disponibilità di immobili che hanno un altissimo valore simbolico in termine di predominio del territorio.
La legge sul processo breve che cestina migliaia di procedimenti penali nei confronti dei colletti bianchi. Un’immunità generale per il premier e le cricche che in lui vedono il salvatore dal maglio inesorabile della Giustizia.
La legge sul legittimo impedimento, servente al Presidente del Consiglio per allontanarsi, come un mariuolo, dalle aule dei tribunali in barba all’art. 3 della Costituzione che sancisce che TUTTI i cittadini sono uguali davanti alla legge.
La legge sulle intercettazioni che impedisce ai magistrati di utilizzare un mezzo di ricerca della prova fondamentale nel contrasto al crimine. Un provvedimento che vieta, inoltre, ai mezzi di comunicazione di pubblicare e raccontare i fatti oggetto delle conversazioni. Con questa legge non avremmo saputo nulla della cricca di Anemone & C., di Berlusconi che tramava per censurare Annozero, della D’Addario, di calciopoli, dei pedofili, di Marrazzo, dei furbetti del quartierino, delle cliniche degli orrori. Nulla di nulla. Un Paese normalizzato nell’ignoranza dei fatti. I corrotti e mafiosi sempre più su a scalare le istituzioni.
La legge che toglie al pubblico ministero il potere di indagare di propria iniziativa, costringendolo ad essere vincolato alle informative d’iniziativa della polizia giudiziaria e, quindi, del governo. Si attua, in tal modo, la dipendenza del pm dal potere esecutivo.
La legge che modifica la legge sui cd. pentiti prevedendo che riscontri alle dichiarazioni di un collaboratore non potranno essere propalazioni di altri collaboratori. Non solo. Si stabilisce che se una sola parte, anche infinitesimale, delle dichiarazioni non viene riscontrata cade tutto. Una probatio diabolica. Con questa legge tutti i maxiprocessi alle mafie non si sarebbero mai potuti celebrare. Addio inchieste sui rapporti tra mafia e politica, tra mafia ed economia, tra mafia ed istituzioni. Del resto, tutto naturale, come diceva Benigni, nel film Johnny Stecchino, in Sicilia il problema è il traffico.
Le leggi di bilancio che sottraggono fondi alle forze dell’ordine ed al servizio giustizia, umiliando il personale addetto. In tal modo si delegittimano sicurezza e giustizia preparando il terreno alla loro privatizzazione selvaggia.
L’elenco è ancora lungo, per non parlare, poi, dei provvedimenti amministrativi che consolidano corruzione e mafie.
Un vero e proprio piano di rinascita che stravolge lo Stato di Diritto sovvertendo i valori costituzionali.
Eppure il Governo proclama che arresta latitanti e sequestra beni. Mentendo, in quanto è merito di magistratura e forze dell’ordine che, nonostante tutto, lavorano ogni giorno in ossequio alla Costituzione; a breve anche tutto questo diverrà vano in quanto senza intercettazioni i latitanti non si arresteranno e con la vendita all’asta si riconsegneranno i beni ripuliti. Un po’ come lo scudo fiscale.
Credo sia venuta proprio l’ora di cacciare la mafia dallo Stato.

sabato 22 maggio 2010

Minzolini: “Le accuse della Busi sono false”


Da Giornalettismo del 21 maggio 2010.

Il direttore del Tg1 risponde alla lettera della giornalista che aveva annunciato di rinunciare alla conduzione del telegiornale.

“Il mio telegionale non è mai stato di parte, ho sempre dato voce a tutti e gli ascolti mi hanno dato ragione. Le accuse che mi rivolge la collega sono false. per questo non condivido neanche una riga della sua lettera. Che poteva – se vogliamo dircela tutta – farmi recapitare prima di affiggerla in bacheca“. Il direttore del Tg1 Augusto Minzolini, interpellato dall’Ansa, fornisce la propria versione in merito alla vicenda sollevate da Maria Luisa Busi, che ha annunciato l’intenzione di non prestare più il proprio volto per la conduzione del Tg delle 20. Il direttore spiega come nell’ambito del rinnovamento del telegiornale (sigla, studio e nuovo sito) nei giorni scorsi aveva “ragionato” con la direzione dell’ufficio del personale sull’eventualità di spostare la Busi al Tg delle 13. Rinnovamento spiega Minzolini del quale deve far parte anche la scelta di un nuovo volto per l’edizione del Tg delle 20. Di questa, ipotesi, “ne avevo accennato, ma solo in maniera ipotetica anche con alcuni stretti collaboratori in redazione. Forse, sarà arrivata la voce anche a lei”.

DECISIONE COERENTE - “Prendo atto della decisione di Maria Luisa Busi di voler rinunciare alla conduzione del Tg1 e spero che l’intervista da me rilasciata qualche tempo fa su alcune sue dichiarazioni non abbia in alcun modo condizionato tale scelta“. Lo afferma in una nota il consigliere d’amministrazione della Rai, Antonio Verro. “Le spiegazioni e le motivazioni addotte dalla giornalista - prosegue Verro – non sono comunque condivisibili e mi auguro vivamente che non siano strumentali a qualche altro ragionamento di tipo politico“. “Credo sia infine importante sottolineare - conclude – come la decisione della Busi appaia un gesto di grande coerenza rispetto ai commenti e alle considerazioni da lei espresse in più occasioni, sia sulla propria testata sia sull’attività dei suoi colleghi giornalisti Rai“.

IL TG1 PREMIATO DAGLI ASCOLTI? - “Esprimo la mia solidarietà al direttore Minzolini e alla stragrande maggioranza dei redattori del Tg1, che oggi devono subire una surreale predica da Maria Luisa Busi. Nè la Busi nè altri sono proprietari del Tg1. E il divismo di chi si ritiene intoccabile (o addirittura detentore di una moralità civile superiore) è qualcosa di inaccettabile per i milioni di italiani che pagano il canone, e che hanno subito per anni un`informazione faziosa a favore della sinistra (senza che le Busi se ne dolesse). Il Tg1 è oggi premiato dagli ascolti. A qualcuno, forse, dispiace?”. Lo dichiara Daniele Capezzone del Pdl.

giovedì 13 maggio 2010

Il sorcio in bocca.




da il Fatto quotidiano del 13 maggio 2010.

E così Scajola non va dai magistrati di Perugia. La cosa paradossale è che, per la prima volta dall’inizio di questa farsa, non si può dire che abbia torto.
Scajola ha una bella casa; non è vero che gli è costata circa 600.000 euro: almeno altri 900.000 gli sono stati dati da un imprenditore un po’ chiacchierato e inquisito, Anemone, che avrebbe ricevuto trattamenti di favore. La cosa si trascina per qualche giorno fino a una conferenza stampa in cui il nostro dichiara di non aver mai saputo che la sua casa era stata pagata da uno sconosciuto, che questa cosa è gravissima, che agirà in tutte le sedi giudiziarie possibili. Alla fine si rimangia i primi tracotanti “non mi dimetto” e si dimette; poi, sicuro della sua innocenza, si dice pronto a rispondere ad ogni domanda che i magistrati che indagano su Anemone & C. intenderanno rivolgergli. Certo ne esce un po’ pesto. Gli assegni ci sono e fanno capo ad Anemone; che gli abbia fatto o no favori, non va bene che un ministro si faccia pagare la casa da un imprenditore che ha a che fare con il suo ministero; e, se è per questo, non va bene che se la faccia pagare da chicchessia. Dunque cosa mai potrà dire Scajola ai magistrati di Perugia?
Eh, niente dirà. Perché uno “preso con il sorcio in bocca” non può essere sentito come persona informata sui fatti. Tanto più “incastrato” è, tanto più bisogna assicurargli le garanzie previste dalla legge: qualifica di indagato, conseguente assistenza del difensore, facoltà di rifiutarsi di rispondere alle domande, diritto di mentire (in genere gli indagati tengono moltissimo a questo diritto). Convocare Scajola come persona informata sui fatti equivale a un assist in area di rigore; perché l’unica cosa ragionevole che può fare un avvocato è quella che ha fatto il difensore di Scajola: non ce lo mando, è tutto irrituale, ma che scherziamo. E, se non bastasse, ma che non lo sanno che Scajola era ministro e che non sono competenti? Così l’occasione di sentire quale storia sarebbe stata elaborata per spiegare perché Anemone gli ha pagato la casa è bella che svanita.
Per carità, ci sarà la sede e il momento opportuno per chiederglielo, e (presumibilmente) per sentirgli dire che si avvale della facoltà di non rispondere. Ma alla fine che importa? Il processo penale è una cosa, l’informazione e il conseguente giudizio dei cittadini un’altra. E qui, grazie a Dio, di informazione ce ne è stata.

LA BANDA LARGA DA NOI C'E' DA SEMPRE.


Dal Blog Il bel paese, postato il 12 maggio 2010.


“I clandestini che non hanno un lavoro regolare, normalmente delinquono.” Letizia Moratti, 10 maggio 2010

Da questo dobbiamo dedurre che i clandestini che non hanno un lavoro regolare abbiano in cambio un’abilità innata ad integrarsi agli usi e costumi italiani.

E’ seccante essere derubati da un clandestino disoccupato: un portafoglio sfilato in tram, un cellulare rubato mentre ci si distrae al bar, la radio rubata dall’auto e immaginatevi tutte le altre possibili situazioni che magari avete vissuto in prima persona. E’ strano come questi piccoli furti, da qualche centinaio di euro, diano così fastidio ad un popolo che quotidianamente viene derubato e deruba senza fiatare. Razzismo? Macchè! Gli italiani non sono certo razzisti! Sono solamente invidiosi di quanto i clandestini che non hanno un lavoro regolare, siano integrati nelle usanze del bel paese, tanto da confondersi con gli italiani stessi.

In Italia la corruzione costa ai cittadini circa 50 miliardi di euro all’anno in base alle stime di Transparency International Italia. Se ogni cittadino italiano (a fine Novembre 2009 erano 60.325.805) pagasse per risarcire questo danno, dovrebbe versare 829 euro allo Stato annualmente. Considerando i giovani che studiano, i disoccupati e i cittadini in pensione, capite che la cifra che effettivamente ogni lavoratore versa allo stato è praticamente doppia.

Ogni anno, ogni lavoratore, è vittima di un consistente furto effettuato da italiani nei confronti di altri italiani, altro che i clandestini tanto cari a Moratti & C. Eppure pochi sembrano lamentarsi, forse perché il furto subito è compensato con il furto attuato ai danni dello Stato. L’evasione fiscale che nel 2007 ammontava a 270 miliardi di euro, in controtendenza con tutti gli altri indici economici, è salita nel 2009 a 369 miliardi di euro. Almeno in questo siamo primi in Europa, davanti anche a Romania, Bulgaria, Estonia e Slovacchia (secondo la ricerca condotta nel 2009 da KRLS Network of Business Ethics per conto dell’Associazione Contribuenti Italiani). Seguendo il calcolo precedente, è come se in media un cittadino rubasse dalle casse statali 6.116 euro all’anno. Certo, ci sono gli onesti (pochi a vedere i numeri) ma è dura pretendere che gli altri vivano nella pulizia quando noi stessi viviamo nell’immondizia.

“Un clandestino colto in flagranza non può essere espulso se ha altri processi in corso. Per rendere efficace il reato di clandestinità occorre assorbirlo in altre fattispecie di reato”. Letizia Moratti, 10 maggio 2010

Perché mai dovremmo espellere un clandestino colto in flagranza di reato quando il bel paese ha come presidente del consiglio un plurindagato e corruttore per sillogismo?

Perché mai dovremmo espellere il povero clandestino che tanto si prodiga per l’integrazione quando non siamo nemmeno in grado di espellere dalla Camera dei Deputati Nicola Cosentino sul quale pendeva una richiesta di arresto per concorso esterno in associazione camorristica?

Cara Moratti e cari italiani, se anche fosse vero che “i clandestini che non hanno un lavoro regolare, normalmente delinquono” , questo fatto non ci deve rendere gelosi delle nostre tradizioni che vengono adottate con estrema velocità e facilità dai nuovi arrivati nè tantomeno dobbiamo essere sorpresi. Uno Stato che si basa sulla corruzione, sull’evasione fiscale e sulla mafia cosa può pretendere? Siamo per naturale vocazione importatori di illegalità, eppure ci meravigliamo quando non siamo noi a commetterla.

martedì 11 maggio 2010

L'ITALIA DEI PRESIDENTI.


Da Bliz quotidiano dell'11 maggio 2010.

Da circa trenta anni ogni governo le “taglia”, ma le auto blu hanno la coda come quella delle lucertole: regolarmente “riscresce”. Una coda delle dimensioni pari a quella di un dinosauro: l’ultimo censimento delle auto blu in Italia arriva a quota 626.760. Tre anni fa erano 574mila: la “coda”, indifferente ai tagli, cresce e si allunga al ritmo del tre per cento all’anno. Ogni anno circa quindicimila auto blu in più. Ci si stupisce e ci si indigna al paragone con gli Usa: 72mila in un paese che ha cinque volte la popolazione italiana. La Francia ha una popolazione di poco superiore a quella italiana e un decimo di auto blu: 61mila. In Germania sono ottanta milioni a fronte dei sessanta milioni che vivono in Italia: 54mila auto blu a fronte di seicentomila e passa. E 51mila in Gran Bretagna…Abbiamo il “sedere pesante” come popolo o abbiamo una “Casta” dal “sedere” più largo, sproporzionatamente più largo di ogni altra Casta, di ogni altro paese? Insomma, chi ci viaggia nelle nostre seicentomila auto blu?
La prima, ovvia, risposta è: la “Casta”. La Casta fa mille e passa parlamentari. Un’auto per uno (e non è vero, non tutti ce l’hanno) e un’auto per ogni portaborse e segretario (non ce l’hanno ma facciamo come l’avessero) fanno duemila auto blu. E altre duemila per tutti gli eletti nei Consigli Regionali e altre diecimila per tutti gli eletti nei Consigli Comunali. Anche se tutta la “Casta politica” viaggiasse in auto blu, siamo calcolando in abbondanza, a ventimila. Poi ci sono le auto di servizio dei Ministeri, dei Provveditorati, delle Authority, di tutte le istituzioni più o meno pubbliche. Facciamo centomila? Calcolo all’ingrosso e per eccesso. E mettiamoci altre trentamila auto blu “ereditate”, quelle assegnate a chi non è più in carica e mai revocate. Siamo, tutto sommato, a 150mila auto blu. Questo il peso, l’ipertrofico peso di una “Casta obesa” come quella italiana. Obesa nelle sue abitudini e privilegi tanto da pesare il doppio e il triplo di ogni altra “Casta” europea e americana.
Ma restano, detratto il peso di quella che chiamiamo “Casta”, quasi altre cinquecentomila auto blu. Di chi sono, chi le usa a spese pubbliche visto ched tutti i politici e tutte le “famiglie” di funzionari pubblici viaggiano nelle altre 150mila? Quel mezzo milione di auto blu è a disposizione di un’altra Italia, più vasta e resistente perfino dell’Italia della “Casta”: l’Italia dei “presidenti”. Qualunque comitato, commissione, fondazione, nel nostro paese ce ne sono decine e decine di migliaia, ha un presidente. E un presidente ha per definzione un’auto blu. La “Casta dei presidenti” è vasta quanto una piccola “società civile”. Mezzo milione di auto blu oltre e fuori la “Casta politica” significa che due milioni di italiani hanno l’uso di un’auto blu in famiglia. In Grecia c’era fino ad ieri la legge che assegnava la pensione a vita alle figlie nubili dei dipendenti pubblici, in Italia c’è la regola per cui un’auto blu è “diritto” e parte del reddito di professionisti che in qualche modo lavorano per lo Stato. Per questo nessuno ha mai tagliato davvero la coda al dinosauro, perchè quel “dinosauro del privilegio” abita, vive e cresce anche e soprattutto fuori dal cosiddetto “Palazzo”. Abita nella società, discretamente “incivile” ma pura e dura società.