lunedì 23 agosto 2010

Processo breve.


Da Giornalettismo del 22 agosto 2010.


A che serve il processo breve? A salvare Silvio Berlusconi dai processi Diritti Tv-Mediaset e Mills, attualmente congelati dal legittimo impedimento che però presto finirà alla Corte Costituzionale per il giudizio di legittimità: e il rischio di una bocciatura è grande. L’analisi è di Luigi Ferrarella nelle pagine degli editoriali del Corriere della Sera che, con l’esperienza del cronista giudiziario di lungo corso, ci spiega senza sconti i termini della situazione.

FERMATE I PROCESSI – “Il processo giusto e ragionevole ce lo chiede l’Europa, non è un capriccio della maggioranza”, dice Silvio Berlusconi, e Ferrarella fa notare come l’Europa, però, ci chieda anche insistentemente e con varie sentenze condizioni più umane per i nostri carcerati, pressati in sei in celle da tre persone; ma nessun decreto legge urgente in merito sta venendo messo all’ordine del giorno per ovviare a questo problema. Dunque, le ragioni dell’accelerazione sul processo breve sono altre: secondo Enrico Musso, parlamentare del PdL, “è un’ipocrisia non ammettere che c’è un’agenda nascosta per tutelare il premier dai suoi processi”. Dunque lo sanno, lo dicono e lo fanno. Quali processi. però? E come può il ddl sul processo breve fornire l’ennesimo scudo al Presidente del Consiglio?

NORMA RETROATTIVA – “La mina sotto l’intero sistema”, continua Ferratella, “è la norma transitoria retroattiva che, solo per i processi in primo grado commessi prima del 2 maggio 2006, ne determinerebbe l’estinzione non dai due anni dall’inizio del dibattimento, e neanche dal rinvio a giudizio, ma dalla addirittura dalla richiesta del Pm del rinvio a giudizio”: e sarebbero inclusi in questa categoria, ovvero quella dei processi per cui è stato richiesto il processo prima del 2 maggio 2006, appunto i due procedimenti diritti tv-Mediaset, per cui il Pm ha chiesto di poter procedere nell’aprile 2005, e Mills, richiesta fatta nel marzo 2006. Due vertenze una più spinosa dell’altra: ad esempio secondo l’accusa, nel caso Mediaset-diritti Tv, fiduciari per conto di Silvio Berlusconi compravano mediante società offshore film americani, rivendendoli poi a società gemelle fino alla vendita finale a Mediaset. In ognuno di questi passaggi l’importo per l’acquisto aumentava, e accantonando le differenze Mediaset fu in grado di accumulare quel patrimonio in fondi neri finito sotto attenzione della magistratura nel caso All-Iberian. Berlusconi in prima persona si sarebbe intascato ben 280 milioni di euro, esente tasse e in frode agli azionisti (dunque, un falso in bilancio).

E LA PARTE OFFESA? – Dunque, continua Ferratella, per tutelare i suoi affari, Berlusconi, timoroso di una nuova bocciatura in Corte Costituzionale, “punta ora su un’altra legge che, oltre ad estinguere i suoi, azzererà però anche talmente tante altre migliaia di processi che ministero della Giustizia e magistrati, pur litigando a colpi di pseudostatistiche, non sono capaci di quantificare”. E se “dietro a ciascun processo” resterà “un imputato esente da giudizio”, bisognerebbe ricordarsi però, conclude il Corriere, che in ogni vicenda giudiziaria c’è anche “una parte offesa, privata” in questo modo “di giustizia e dirottata verso improbabili cause civili”; parte offesa verso la quale bisognerebbe comportarsi con più rispetto, prevedendo magari “scelte organizzative” che assicurino una “sentenza più breve”, e non la promessa “non del processo, ma del suo certificato di estinzione”.

martedì 17 agosto 2010

LA MAFIA CHE GOCCIOLA DAI POLSINI DEL RE.



Giulio Cavalli sul Blog dell'Italia dei Valori del 15 agosto 2010.

La notizia dei 100 milioni versati da Silvio Berlusconi alla mafia, contenuta nel foglio dattiloscritto e controfirmato da Vito Ciancimino, secondo quanto scritto da Felice Cavallaro sul Corriere della Sera, sarebbe una notizia solo in un Paese con la memoria andata in prescrizione… dove un Governo ricattabile gioca a confondere i fatti con le opinioni, e a curare il cancro delle mafie con i cerotti. Quindi è una notizia.
Eppure, nell’Italia dell’informazione trasformata in vassoio per raccogliere le bave del re, l’ultima rivelazione di Massimo Ciancimino (e per la prima volta, di sua madre Epifania Scardino) è passata come una brezza di ferragosto, perfettamente inscatolata tra i “complotti” e le “invenzioni” che sono la ciclica difesa del fedele Ghedini a tutela servile del premier. Non importa nemmeno che l’anziana moglie di Don Vito dica «Si, mio marito incontrava negli anni Settanta Berlusconi a Milano… Ma alla fine si sentì tradito dal Cavaliere…». Eppure di un assegno di 25 milioni dato dal Cavaliere ai Ciancimino se ne parla ormai da sei anni, dopo un’intercettazione in cui il figlio Massimo parla della regalia berlusconiana alla sorella dichiarando di avere ricevuto quei soldi direttamente dalle mani di Pino Lipari. Sarebbe una notizia, in un Paese normale. In questo ferragosto di battibecchi e divorzi è diventata invece una voce di corridoio.
O forse non è una notizia perché la memoria non si è appassita come qualcuno vorrebbe e ci si ricorda che nel processo Dell’Utri si legge che ogni anno arrivavano milioni in regalo direttamente da Arcore. Dichiarazioni di più pentiti ma (poiché il cecchino Feltri ci insegna che solo la “carta canta”) anche ben documentati: durante le indagini negli anni novanta sulla famiglia mafiosa di San Lorenzo infatti si ritrova un appunto nel libro mastro del pizzo che dice “Can 5 5milioni reg”. O forse ci si ricorda perfettamente che i fratelli Graviano furono spediti a Milano a partire dal ’92 dove “avevano contatti importanti” e dove incontrarono più volte anche Marcellino Dell’Utri. Lo dice il pentito Gaspare Spatuzza ma (siccome vi diranno che Spatuzza non è credibile e i pentiti non possono deviare il corso della politica) lo dice anche l’ex funzionario della DC Tullio Cannella, politico per nulla pentito. E ci si ricorda che Gaetano Cinà, uomo d’onore della famiglia di Malaspina (un clan vicinissimo a Provenzano), visitava spesso gli uffici di Milano 2, e che l’ex fattore di Arcore, Vittorio Mangano sia un condannato mafioso con il tratto per niente eroico della vile omertà.
Nonostante il premier si affanni a scrivere pizzini a Cicchitto in cui gli raccomanda in Aula di parlare di mafia (avendo già altri nel partito che si occupano a parlare “con la mafia”), nonostante anche nel centrosinistra qualcuno insista per scambiare la mafia come sceneggiatura buona per le fiction piuttosto che cancro delle istituzioni, oggi Cosa Nostra può guardare dall’alto i frutti della propria strategia di tensione e poi cooperazione con le istituzioni: tra il ’95 e il 2001 sono state approvate alcune leggi che sono fatti, mica opinioni. Sono state chiuse le carceri di massima sicurezza di Pianosa e dell’Asinara. Con la scusa della privacy si è imposta la distruzione dei tabulati telefonici più vecchi di cinque anni. In modo bipartisan è stata riformata la legge sui collaboratori di giustizia con il risultato di una diminuzione sensibile dei pentiti (calpestando il modello di Falcone e Borsellino). Si è pressoché smantellato il 41 bis e con la riforma del “giusto” processo si è concessa la facoltà di non rispondere, elevando l’omertà ad un (eroico) diritto di stato. Alcuni parlamentari hanno anche provato a parlare di “dissociazione” mafiosa. Il ministro Alfano ha proposto una riforma che consentirebbe alle difese di chiamare in tribunale un numero illimitato di testimoni, per ingolfare ancora meglio la palude dei processi. L’onorevole Gaetano Pecorella ha proposto il ricorso alla Convenzione Europea per la revisione dei processi (guarda caso, idea del vecchio Vito Ciancimino per annullare la sentenza del maxi processo di Palermo). Sempre ricalcando l’idea del vecchio boss Don Vito la Lega propone l’elezione dei giudici. Ad abbattere le difficoltà del riciclaggio ci ha pensato lo “scudo fiscale”.
Cosa dobbiamo aspettare perché sia un diritto (e soprattutto un dovere) raccontare e dire del rapporto adultero tra le mafie e questa Seconda Repubblica? Quando si riuscirà a gridare che il marcio di questo Stato sta uscendo dai polsini dei nostri governanti?
Mafia é mafia. Senza sinonimi, senza moderazioni.