domenica 24 gennaio 2010

Quegli spioni della mafia che "stavano a Roma"


Nicola Biondotutti sull'Unita' del 24 gennaio 2010

I guai di Cuffaro non finiscono con la condanna a 8 anni. Il prossimo 5 febbraio un’udienza preliminare potrebbe portarlo ad un nuovo processo. L’accusa è di concorso esterno in associazione mafiosa, inchiesta parallela al processo «Talpe» condotta dal pm Nino Di Matteo.

Vecchi amici L’ex governatore avrebbe intrattenuto rapporti con Cosa nostra fin dal ‘91 per ottenerne l’appoggio elettorale e su richiesta dei boss avrebbe promosso due candidature alle regionali del 2001, quelle di Mimmo Miceli e Giuseppe Acanto. Cuffaro avrebbe avuto rapporti con Maurizio Di Gati, capomafia di Agrigento, e Franco Bonura, arrestato nel 2006, membro del triumvirato che comandava Palermo. Di Gati afferma che nel 2001 l’ordine di Provenzano era di votare per lui. E lo slogan di Cuffaro dal titolo «la mafia fa schifo» fu accolto in Cosa nostra – dice Di Gati - come ipocrita «perché lui con la mafia ci aveva mangiato». Anche questa inchiesta parte dalla scoperta della rete informativa e occulta per la quale Cuffaro è stato condannato. Rete composta da politici e da due sbirri antimafia Giorgio Riolo, del Ros, e Giuseppe Ciuro della Finanza. Tutti al lavoro per carpire i particolari delle indagini in corso alla procura antimafia e informarne uno dei più potenti imprenditori isolani, Michele Aiello, prestanome di Binu Provenzano.

Tutto ha inizio nel 2002 con una “cantata” eccellente, quella del boss Nino Giuffré braccio destro dello zu Binu. Aiello - imprenditore edile e deus ex machina della sanità regionale – veniva informato da Ciuro, Riolo e Cuffaro delle inchieste in corso. Nella sua clinica, la Santa Teresa, gli investigatori cercano la mafia e scoprono una truffa milionaria di fatture gonfiate a danno della Regione, amministrata da Cuffaro. E poi ci sono le microspie piazzate nel salotto del boss Giuseppe Guttadauro. Che ignaro, parla di tutto: di politica, di campagne di stampa a favore dei picciotti - citando Il Foglio e Lino Iannuzzi - e di nomine negli ospedali. Tra i suoi protetti c’è Miceli, astro nascente dell’Udc, oggi condannato in appello per concorso esterno. Per la sentenza di ieri Miceli era il tramite tra Cuffaro e il boss. Nel giugno 2001 qualcuno lo informa delle intercettazioni e prima che bonifichi il suo appartamento le microspie captano un’ultima frase: «Allora aveva ragione Totò». Per i magistrati Totò è Salvatore Cuffaro. Il 5 novembre del 2003 finiscono in manette Aiello, Ciuro, Riolo e due segretarie della Procura. Le prove sono schiaccianti, confessano tutti.

Al telefono con Berlusconi Cuffaro chiede consiglio al premier Berlusconi. Che in una telefonata intercettata il 10 gennaio 2004 rassicura: «Io ho saputo... La ragione per cui ti telefono... il ministro dell’Interno... mi ha parlato e mi ha detto che tutta la... È tutto sotto controllo». La telefonata però non viene utilizzata e sfuma la possibilità di sapere chi da Roma poteva conoscere i particolari dell’inchiesta. Nonostante «le soffiate» del Premier, Cuffaro va a processo.

Angoli inesplorati Ci sono altre talpe. Ai magistrati lo ha detto chiaramente Michele Aiello: «È a Roma la fonte che ha informato il presidente Cuffaro delle vostre indagini...». Lo stesso Aiello ha goduto di notevoli protezioni. Il suo nome sfugge agli inquirenti due volte. La prima quando una squadra del Ros, di cui faceva parte Riolo, arresta Totò Riina: il boss in un suo pizzino lo cita. Nel 1996 Aiello compare in un altro pizzino, sequestrato sempre dal Ros, di Bernardo Provenzano. Nelle indagini finisce anche una misteriosa «struttura di coordinamento» e uno pseudonimo, Mike. Ne parlano, intercettati, gli stessi Ciuro e Riolo. Per gli inquirenti si tratta di un ufficio dei servizi, sparito dopo gli arresti, in contatto con l’entourage di Cuffaro e che informava i due poliziotti corrotti. Una rete perfetta. O quasi.

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