venerdì 30 aprile 2010

Scajola, 80 assegni in tasca e nessuna spiegazione da dare?

Da Giornalettismo del 30 aprile 2010.

Gli assegni. La casa. L’importo totale non denunciato. Le ammissioni di quattro testimoni. Ma il ministro non parla, nonostante la sua versione dei fatti non sia credibile. E nemmeno si dimette.

C’era una volta un appartamento da 180 metri quadrati in via del Fagutale a due passi dal Colosseo, di proprietà di due sorelle che si chiamavano Beatrice e Barbara Papi. E c’era una volta un esponente politico di primo piano che lo acquistava ufficialmente per la modica cifra di 610mila euro. Ma c’erano anche una serie di assegni, per un controvalore di 900mila euro, incassati dalle due sorelle lo stesso giorno in cui veniva incassato quello a firma dell’esponente politico di primo piano. Ottanta assegni che a prima vista provengono da Claudio Scajola, che quindi paga “in nero” la gran parte (1,7 milioni di euro in totale) del valore dell’immobile.

MISTERO BUFFO - I soldi provengono, come ammesso già da uno degli interessati, dalla “cricca” finita sotto accusa nell’inchiesta del G8, vengono dall’imprenditore Diego Anemone attraverso l’architetto Angelo Zampolini. E ci sono quattro testimoni a smentire la versione del ministro, il quale racconta di aver pagato l’appartamento soltanto 610mila euro, con un mutuo acceso presso il Banco di Napoli. “Avevo prelevato i circolari attraverso Deutsche Bank e li portai al ministro il 6 luglio 2004“, dice Zampolini. “Li avemmo da Scajola“, confermano le venditrici, “ma ci accordammo per denunciare al Fisco soltanto 610mila euro“. Zampolini si mosse su richiesta di Anemone e Angelo Balducci, trovando prima un appartamento al Gianicolo che però a Scajola non piaceva. E poi accordandosi su quello al Colosseo.

SCAJOLA NON SPIEGA – Ieri Scajola ha offerto le sue dimissioni a Berlusconi, che come da prassi non le ha accettate. “Finirà tutto in una bolla di sapone come per Bertolaso“, pare abbia detto il premier. Sarà. Ma il responsabile della Protezione Civile non era, all’epoca degli assegni, ministro degli Interni. E Anemone nel periodo in oggetto ha svolto lavori su lavori per il Viminale. Su Scajola si addensano, sotto forma di nubi, ben due accuse gravissime. La prima è quella che pare conclamata, di evasione fiscale, visto che non ha dichiarato l’intero ammontare dell’immobile. E questo, in un governo pronto a parole a combattere il “nero”, già dovrebbe imbarazzare piuttosto e anzichenò. La seconda, ancora nebulosa, è di corruzione. Che magari deve essere ancora esplicitata dai magistrati, ma è nell’aria visti i rapporti tra Anemone e Scajola. In tutto ciò, vedere che il ministro non ha alcuna intenzione di spiegare la sua versione dei fatti senza incorrere al grido “grande gombloddo”, è ancora più imbarazzante che vederlo ancora lì, in consiglio dei ministri e al dicastero, come se nulla fosse davvero successo.

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